lunedì 15 maggio 2017

51. Gustave Flaubert - Madame Bovary

Ci sono libri di cui si sente dire peste e corna per tanto tempo da convincerci della loro intollerabilità. Per me uno di questi è stato "Madame Bovary" di Gustave Flaubert.
Per molto tempo ho desiderato leggerlo, ma, un po' intimorita dall'aura classica negativa che lo circondava, me ne sono tenuta a debita distanza, occhieggiandolo soltanto con amarezza. Poi, quest'anno, ho avuto l'occasione di leggerlo con un'altra persona e questo mi ha dato il coraggio per affrontare l'avventura.
Qual stupore! Perché nessuno mi ha mai detto che questo libro era tanto bello? Perché ne ho sentito parlare solo male in tutti questi anni? Irragionevole, incredibile. Per me è stato un viaggio meraviglioso nell'animo umano, nell'animo tormentato ed estremamente realistico di una giovane donna.

La signora Bovary che dà il titolo all'opera è Emma, nata Rouault, che Flaubert ci fa conoscere da giovane donna, per poi trascinarci nella narrazione della sua infanzia, come a spiegare il carattere spigoloso ed eccessivamente drammatico che l'ha resa famosa e invisa a tanti lettori.
Qui io devo subito spezzare una lancia in favore di Emma: è vero, è una donna problematica, piena di difetti e per questo molto vera, realistica, ma non stiamo parlando di una donna né malevola né crudele. La fama di donnaccia spudorata e di facili costumi, di donna incapace di amare è totalmente immotivata. Ho la sensazione, in questo caso come in molti altri, che sia stato il giudizio femminile a pesare contro Emma. Già, perché non c'è nessuno di inclemente verso le donne fragili quanto le altre donne. Agli uomini viene perdonato quasi tutto, in fondo sono maschi, appunto, e la mentalità femminile distorta li dipinge come esseri deboli, infidi e inclini al tradimento per natura, incapaci di vera rettitudine morale; invece negli esponenti del sesso debole tali difetti sono inaccettabili, intollerabili, e meritano di essere giudicati e condannati con forza. Anche in questo si esprime la misoginia della nostra società, nell'accanimento sulle donne e sui loro errori. Una vera donna è perfetta e incorruttibile, sempre.
Ebbene, Emma NON è perfetta e ne pagherà il prezzo sulla propria pelle. Tuttavia a me ha fatto una tenerezza infinita, l'ho trovata di una fragilità e di una sofferenza interiore desolanti. Non sono capace di condannare una donna per i propri errori quando già la vita gliene fa carico; al contrario, ad Emma vengono anche addossate tante colpe che non ha.

La prima cosa che mi ha stupito è leggere della sua infanzia e della deprivazione emotiva in cui è cresciuta. Se si fa un po' di attenzione ci si accorge subito che la piccola Emma non ha affetti veri e profondi: affidata al collegio non pare soffrire della lontananza da casa, tanto da non riuscire a provare genuina tristezza nemmeno quando sua madre muore; tuttavia non sembra creare veri legami i amicizia nemmeno con le coetanee, visto che in tutto il libro Emma non risulta avere nemmeno un'amica. Cresce senza fare esperienza di sentimenti veri, non sa cosa sia l'amore in qualsiasi sua forma, e allora cosa fa, dato che gli umani hanno bisogno in modo disperato di contatto e connessione emotiva? Li cerca all'esterno, in esperienze e atteggiamenti che le fanno smuovere qualcosa dentro. Così si abbandona al misticismo religioso, stile santa Teresa, completo di digiuni e mortificazioni; poi crescendo si rivolge alla letteratura, in particolare ai romanzi d'appendice.

Anche qui bisogna aprire un calderone ribollente di critiche. Si è detto spesso che Emma sia stata rovinata dalla lettura, che i libri di cui si cibava insaziabilmente l'abbiano corrotta, mettendole in testa fantasie insensate e spregiudicate. Personalmente non sono d'accordo. E' certo che i romanzi d'appendice, probabilmente, non hanno fatto del bene alla mente facilmente sovreccitabile e plasmabile della giovane Emma, ma è pur vero che ciò è accaduto solo per una predisposizione naturale della ragazza. E' plausibile supporre che sarebbe successo lo stesso se fosse stata semianalfabeta... Non condivido l'idea che esista una buona e una cattiva letteratura, libri pericolosi e libri adatti alle fanciulle. Esistono invece persone dal carattere debole e con problematiche personali irrisolte in cui la lettura, soprattutto di un certo genere, non va a portare giovamento.
Come dicevo, nel caso di Emma il problema è la sua inesperienza di sentimenti profondi, di un attaccamento sano e sincero. Per questo, sentendo di dover provare o almeno andare alla ricerca di tali emozioni, la ragazzina inizia a farsi fantasie basate su storie irreali e finisce per crearsi aspettative assolutamente impossibili. Sogna grandi avventure, passioni indomite, uomini forti e senza macchia che tutto sanno e tutto sono in grado di fare, belli, sempre sorprendenti e, naturalmente, pieni di soldi. Capirai che novità... Mi pare che anche al giorno d'oggi i sogni siano gli stessi, sia che le ragazze leggano sia che si rifiutino categoricamente di farlo.
Emma non è a contatto con il reale, con la propria condizione sociale ed economica. Non lo è da ragazza, quando ambisce alla ricchezza e ad un matrimonio aristocratico, e continua a non esserlo alla fine della sua vita, quando si rivela incapace di gestire la casa e l'aspetto finanziario della sua vita. D'altronde anche in questo parte della colpa è da ricercare nella famiglia, che le impartisce un'educazione signorile pur sapendo che nel contesto sociale in cui si trova non potrà mai entrare davvero in contatto col mondo a cui vorrebbe appartenere.

Non c'è da meravigliarsi, quindi, se Emma, tornata a vivere sola col padre in campagna, accetta di sposare Charles Bovary. L'uomo è mediocre, sicuramente inferiore a lei per ambizione e incline a lasciarsi manipolare dalle donne della propria famiglia, ma almeno è un medico, quindi può vantare uno status sociale rispettabile. Insomma, è il meglio che poteva sperare di trovare. Inizia così la loro vita insieme.


Charles ed Emma sono entrambi molto introversi, chiusi nelle loro fantasie e portati alla solitudine. Lui immagina di vivere un'intensa storia d'amore con lei e di amarla appassionatamente, ma se guardiamo bene ci accorgiamo che è assolutamente incapace di prestare attenzione ai dettagli e di leggere gli stati d'animo della moglie. Emma, d'altro canto, è alla continua ricerca di una fuga dalla realtà, perché non è in grado di affrontare la delusione dei propri impossibili desideri. E' un difetto, questo, che la porterà alla rovina e a compiere, alla fine, un gesto folle e disperato di autodistruzione.
Emma sogna, immagina, ricorda, e ogni volta che le sembra di sfiorare ciò che crede di volere aumenta in lei il senso di desiderio, di rimpianto, e lentamente annega nell'insofferenza.

Una delle cose che più mi hanno colpito è l'abilità di Flaubert, un uomo, di indagare l'animo femminile nei dettagli, con una delicatezza incredibile, e ancora maggiormente la sua conoscenza intima dei dolori dell'animo, della sofferenza intima. La descrizione del lento decadimento di Emma, pagina dopo pagina, è una descrizione quasi clinica della depressione. Tre quarti dei comportamenti comunemente contestati alla protagonista, quali l'essere sempre annoiata, capricciosa e umorale, sono i classici sintomi rilevati in questi casi, quindi potremmo dire che la donna avrebbe avuto bisogno di aiuto, più che di correzione...
Flaubert si rivela più e più volte sensibile e vicino alle problematiche femminili, alle difficoltà che esse dovevano affrontare in società e alle limitazioni che erano loro imposte. Quando Emma e Charles hanno una bambina, Berthe, lei si rattrista, pensando che anche sua figlia non sarà libera; invece, si dice, un maschio avrebbe potuto fare ciò che voleva, avrebbe potuto crearsi il proprio futuro ed essere felice.
Addirittura ci sono momenti in cui Flaubert ci fa sospettare di disprezzare un po' il genere maschile, ad esempio quando scrive brevi commenti come questo:

"Infatti, per tre anni, egli l'aveva evitata accuratamente, per quella vigliaccheria istintiva che caratterizza il sesso forte."

Se lo dice lui... Almeno mi evita il dolore di essere la solita fustigatrice di uomini! Perché diciamocelo, in questo libro non c'è una figura maschile che si salvi. Chi più chi meno, passano tutti per approfittatori, deboli o inetti.
Il suo primo amore, Léon, si rivela immaturo, incapace di esporsi. L'altro uomo della sua vita, Rodolphe, è un triste esempio dei peggiori donnaioli, incapace d'amore, interessato soltanto all'ebbrezza dei sensi, alla conquista. La usa e la distrugge, seducendola con un'insistenza che sfiora la violenza...
Ancora una volta io ho letto nelle azioni di Emma la volontà di non perdersi, di non fare del male. Resiste, fa di tutto per non cadere in errore, come se sapesse che, fatto quel passo in più, sarebbe rovinata per sempre. Saranno proprio questi uomini a distruggerla pezzo per pezzo, ad approfittare della sua ingenuità e della sua fervida immaginazione, perché essa fa di Emma un'amante focosa e spregiudicata, capace di far sentire un uomo come un dio. Questi uomini hanno visto la rovinosa fine a cui lei sarebbe andata incontro, ma nessuno ha avuto la volontà di fermarla, di aiutarla, di prendersi cura di lei.
E Charles, il marito? Lui fa quasi pena, poverino, così incapace di vedere ciò che gli accade sotto il naso... Perfetto campione dell'Utilitarismo, non vede perché Emma non dovrebbe essere felice: in fondo ha una bella casa, lui ha un lavoro rispettabile, ha cibo, vestiti e servitù e le viene anche soddisfatto qualche vizietto. In questa società in cui la felicità è solo materiale la sofferenza di Emma è incomprensibile.

Non credo ci sia qualcuno che non sa come finisce questo romanzo. Non c'erano molte alternative, date le premesse. Sommersa dalle menzogne su cui posa la sua vita, un'esistenza assolutamente finta, una volta che i nodi vengono al pettine o hai il carattere di esporti, affrontare il giudizio pubblico e reinventarti una vita o soccombi. Ecco, forse è questo il difetto più grande di Emma, a conti fatti: la sua mancanza di vero carattere, di senso di responsabilità, quella forza che permette a molti di noi di far fronte a testa alta alla vita e ai suoi alti e bassi.
Io sapevo che Emma sarebbe morta, ma mi ha colpito molto la durata dell'agonia e la descrizione dettagliata della sua morte. Pare quasi che Flaubert abbia proprio voluto farcela sentire sottopelle, questa sofferenza dilaniante, e non ci risparmia nessun dettaglio. Fino alla fine staremo accanto ad Emma e la osserveremo patire le pene dell'inferno. Io, a metà circa dell'agonia, ho fatto una pausa, perché la sensazione era davvero opprimente.
E' quasi grottesco come Charles sembri svegliarsi dal suo sogno di vita dorato solo alla morte della moglie per farsi trascinare dal ricordo di lei, quasi come una maledizione rimasta a tormentarlo, in un mondo di emozioni forti e strazianti. Allora la amava davvero profondamente, viene da esclamare guardandolo soffrire la vedovanza. O forse no, perché in fondo a Charles è sempre piaciuta di più l'immagine di Emma che lui si era creato in testa...

In conclusione, questo romanzo mi si è rivelato veramente come un grande capolavoro, con la profondità e l'intensità degna del suo nome e della fama che lo precede. Pur non amando Emma Bovary o alcuno degli altri personaggi, ho vissuto con loro il drammatico dipanarsi delle vicende, nell'attesa della fine che si è rivelata più crudele di quanto avessi immaginato. Consigliarne la lettura mi sembra sciocco, perché il libro è talmente famoso da non necessitare supporto; consiglio invece ai lettori che si accingono alla lettura di approcciarlo a mente aperta, senza pregiudizi, ma con l'animo pronto ad accogliere e compatire le mancanze e i difetti degli esseri umani che, si sa, perfetti non sono mai, se non nei romanzi d'appendice...

venerdì 5 maggio 2017

50. Donatella Di Pietrantonio - L'Arminuta

Più riguardo a L'ArminutaHo comprato questo romanzo in un attacco di shopping compulsivo bibliofilo, qualche tempo fa. Una settimana dopo non vedevo altro che post online di recensioni entusiaste. Stupidamente mi ha un po' dato fastidio: sono egocentrica, avrei voluto scoprirlo da me quanto era bello questo libro. Inoltre, per una mia misantropia congenita, il fatto che fosse piaciuto a tante persone me l'ha subito posto sotto un'ombra di sospetto: possibile che tante persone apprezzino qualcosa di realmente bello? Non sarà un romanzetto facile nazionalpopolare?
Invece no, mi sbagliavo ad essere prevenuta. "L'Arminuta" di Donatella Di Pietrantonio è davvero bello.

1975, Abruzzo. La protagonista, che peculiarmente non avrà mai altro nome all'interno del romanzo se non il soprannome che dà al libro il titolo, l'Arminuta (cioè "colei che è ritornata"), ha 13 anni e vive tranquillamente in città con i suoi genitori, quando la madre si ammala. Solo allora scopre che quelli che chiama mamma e papà dalla più tenera infanzia non sono i suoi veri genitori, ma soltanto dei cugini alla lontana. Lo scopre perché hanno deciso di riconsegnarla alla sua vera famiglia, che vive in un paesino a qualche chilometro di distanza.
Per lei è uno shock terribile: di colpo non ha più punti di riferimento, perde amici, abitudini, tutto ciò che ha amato e che ha costituito la sua identità; si ritrova sbattuta in una casa che non conosce, dove si parla un dialetto stretto e aspro che fatica a capire, e dove regna la miseria più nera. Non solo ha due genitori, ma anche 4 fratelli e una sorella nuovi di zecca.

Così comincia l'avventura dell'Arminuta, una storia drammatica, di dolore e riscatto, di ricerca della verità e di se stessi in un mondo di adulti che sembra giocare con le vite dei giovani quasi fossero oggetti inanimati, senza volontà.

Il tema fondante del romanzo è senza dubbio la famiglia in senso più ampio e declinata in tutte le sue problematiche.
Cos'è davvero una madre? Cosa ci rende davvero famiglia? Conta davvero tanto il sangue o è più importante l'amore che si riceve? Sono domande piuttosto attuali, di cui tanto si è discusso negli ultimi anni e che restano ancora oggi lì sospese nell'aria, a dividere in due la popolazione italiana.
Ciò che Donatella Di Pietrantonio ha da dire è chiaro: di certo non basta mettere al mondo una creatura per esserne madre/padre; la genitorialità è un lavoro continuo e senza fine, è dedicare parte della propria vita a crescere un altro essere umano con tutte le risorse in nostro possesso. L'Arminuta, di madre, non ne ha in fondo nemmeno una: quella biologica ha accettato di darla in affido ad una parente lontana a soli pochi mesi di vita, mentre l'altra se ne è sbarazzata quando le cose in famiglia hanno cominciato a non andare più molto bene. Il vuoto lasciato da queste figure, soprattutto dalla seconda, Adalgisa, è mostruoso, e brucia dentro in un misto di rabbia e sconforto che va ad intaccare per sempre le fondamenta e l'autostima della ragazza.
Un'altra delle verità forti di questo romanzo è che anche l'essere fratelli e sorelle non dipende soltanto dal sangue. L'Arminuta si ritrova in una casa piena di fratelli e sorelle di sangue, ma per alcuni di loro non arriverà a provare mai nulla. Si affeziona soltanto a due, i più piccoli: Giuseppe, il fratellino, e Adriana, l'unica persona con cui crea un legame davvero forte e profondo all'interno della famiglia. E poi c'è Vincenzo. Vincenzo è il fratello maggiore, diciottenne dalla vita disordinata e l'atteggiamento da gangster. La relazione tra l'Arminuta e Vincenzo è assai più complessa e va a toccare situazioni e pensieri indicibili secondo la morale condivisa.

C'è tanta critica sociale, in questo romanzo, tanta riflessione su quanto l'ambiente influenzi il nostro destino e la nostra crescita. L'Arminuta è quasi un'aliena, tra i suoi fratelli: cresciuta in una casa della borghesia più agiata, con le migliori possibilità e genitori attenti all'educazione, è la prima della classe a scuola e ha aspirazioni per il proprio futuro. Dall'altra parte ci sono gli altri membri della famiglia, ignoranti e abbruttiti dalla fatica del lavoro quotidiano per portare in tavola piatti miseri, costretti ad accettare l'elemosina dei vicini e a fare debiti; per i suoi fratelli già andare a scuola è un lusso e infatti dei maschi soltanto Giuseppe, il più piccolo, finirà mai le scuole medie. L'Arminuta d'altra parte non condivide con la famiglia d'origine nemmeno la lingua, non sa fare i lavori di casa, non sa cucinare né badare ai fratelli più piccoli, mentre sua sorella Adriana, ancora alle elementari, gestisce la casa in assenza della madre con la naturalezza di un'adulta.

Sicuramente è un libro doloroso. Ci sono anche alcuni colpi di scena molto drammatici; in un caso l'autrice mi ha proprio colto di sorpresa, in un altro avevo già pensato a quell'eventualità ed ero preparata. Ad ogni modo lascia tanta amarezza in bocca e la sensazione di una giovane donna che, in futuro, ricostruirà se stessa e la propria costellazione di affetti ma non sarà mai più la stessa ragazzina spensierata allegra; quel sorriso, sulle labbra dell'Arminuta, non tornerà mai più per restare.

L'Italia ha bisogno di raccontarsi e di leggersi, di tramandare la memoria di ciò che è stata ed è oggi. Questo romanzo raccoglie un ultimo pezzetto di un Italia che è esistita soltanto fino agli anni '80 e poi si è piano piano evoluta, pur mantenendo sacche di povertà intellettuale ed emotiva preoccupanti. Abbiamo bisogno di emozionarci per l'Arminuta e di farci carico del suo dolore, per ricordarci da dove veniamo e risvegliare sentimenti di compassione vera, al giorno d'oggi, forse, un po' sopiti. L'Abruzzo ci ha regalato una brillante narratrice e consiglio caldamente di investire un po' del proprio tempo nell'assaporare questo romanzo.

martedì 2 maggio 2017

49. Gabriel Garcìa Màrquez - Dell'amore e di altri demoni

Più riguardo a Dell'amore e di altri demoniA volte i libri si chiamano. Non è una novità, ci sono libri che si attraggono naturalmente e quando ne leggi uno non puoi esimerti dal leggere l'altro. E poi ci sono libri che non sembrano collegati, apparentemente, ma che quando li leggi capisci che un legame c'è sempre stato e aspettava solo di essere scoperto. Questo è ciò che mi è successo con "Dell'amore e di altri demoni" di Garcìa Màrquez.
Avevo appena finito di leggere "Olalla" di Stevenson e mi guardavo intorno incerta sul da farsi, perché di libri da leggere ne ho migliaia (purtroppo un'espressione abbastanza puntuale, guardando la mia libreria...) ma scegliere il prossimo è sempre un piccolo dramma. Scegliere quale libro leggere appena se ne è concluso un altro vuol dire chiudere con quel mondo, con le atmosfere e i personaggi, con le emozioni che ancora aleggiano sottopelle e accettare di immergersi in qualcosa di totalmente diverso. Insomma, un'esperienza a suo modo traumatica!
Tornando a Stevenson, dando un'occhiata alla copertina del libretto ho notato che questo racconto/romanzo è stato accostato per ambientazione e atmosfere a "Manoscritto trovato a Saragozza" di Potocki, romanzo che aspetta di essere letto sul suo scaffale e mi occhieggia da un po'. Ho preso seriamente in considerazione l'idea di buttarmici, ma poi la ragione ha prevalso: la Polonia non mi urge, al momento, ho già un autore polacco nel novero degli scrittori letti e bloggati mentre scarseggio in Sud America. Quindi perché non spostarci da quelle parti?
"Dell'amore e di altri demoni" languiva da un po' sul mio comodino. Non potevo più posticipare il suo turno. A posteriori sono proprio felice di non aver indugiato oltre.

Questo non è il mio primo incontro con Gabriel Garcìa Màrquez e il suo realismo magico. Da adolescente lessi il capolavoro "Cent'anni di solitudine" (che mi sono ripromessa di rileggere, prima o poi, perché ricordo poco se non la difficoltà nel distinguere i personaggi...) e mi piacque moltissimo. Negli anni ho poi letto altre sue opere minori, come "Cronaca di una morte annunciata", e non mi ha mai deluso, anche se non sono comparabili con il romanzo succitato.
"Dell'amore e di altri demoni" appartiene a tutti gli effetti al mondo drammatico e violento venato di magia e leggenda dell'autore. Questa volta la storia si svolge a Cartagena de Indias, città sulla costa settentrionale della Colombia e, in passato, porto fondamentale per i traffici con l'Europa, l'Africa e il Nord America. L'epoca è il XVIII secolo, periodo in cui in Colombia era ancora in piena opera l'inquisizione spagnola e la storia narrata ha proprio i contorni della leggenda; anzi, ci viene proprio presentata come tale.
Lo scrittore racconta di aver presenziato alla riesumazione dei corpi contenuti in alcune tombe illustri (e altre meno) all'interno della cripta del vecchio convento Santa Clara, che nel 1949 doveva essere completamente restaurato e trasformato in hotel di lusso. Fatto storico effettivamente accaduto, eccovi una foto degli interni dell'hotel oggi:


Tornando alla narrazione, tra le tombe aperte rimane scolpita nella memoria dello scrittore il ritrovamento del corpo di una ragazzina i cui lunghi capelli rossi misuravano la bellezza di 22 metri! Il nome inciso sulla lapide è Sierva Marìa de Todos los Angeles e l'autore ne associa il nome alla memoria di una leggenda popolare locale, la storia di una ragazzina morta in seguito al morso di un cane rabbioso e poi considerata santa. E' così che incontriamo la nostra protagonista.

Sierva Marìa è una ragazzina di circa 12 anni, unica figlia di una famiglia di marchesi lentamente caduta in disgrazia. Rifiutata dai genitori, troppo concentrati su se stessi per prendersene cura, la bambina è stata cresciuta dagli schiavi neri della tenuta, di cui parla le lingue d'origine e dei quali conosce canti, rituali e credenze. La bambina dorme persino insieme a loro e si adorna di collane africane regalatele a scopo protettivo e benaugurante. Mangia e si comporta come una di loro, con cui è felice e a suo agio; sono le usanze e la cultura dei bianchi spagnoli che invece rifugge: si rifiuta di imparare a leggere e scrivere, non è interessata all'arte né alla religione e sfida qualsiasi comportamento sia considerato confacente ad una marchesina come lei. Segno particolare che la contraddistingue è la lunghissima chioma fulva, che porta costantemente acconciata in trecce per evitare che strisci per terra. Una novella Raperonzolo, che dalla nascita non ha mai potuto tagliarsi i capelli per un voto fatto alla Madonna.

Il dramma della ragazzina inizia un giorno in cui si reca al mercato con una schiava. Lì viene morsa lievemente da un cane randagio al piede; qualche tempo dopo si scopre che il cane in questione era malato di rabbia. Si staglia quindi l'ombra della malattia su Sierva Marìa: svilupperà anche lei l'infezione mortale?
Personalmente non sono riuscita ad affezionarmi a Sierva Marìa, che è una ragazzina irritante e a tratti inquietante, eppure le sue vicende mi hanno coinvolto con grande intensità. Pur sapendo fin dall'inizio che morirà, dato che lo scrittore ce ne mostra la tomba, il lettore rimane sul filo, pagina dopo pagina, nell'angoscia di scoprire come e perché la giovane morirà veramente.

Non che ci siano molti personaggi con cui è facile empatizzare o entrare in contatto davvero. I protagonisti di questo romanzo, dai principali ai secondari, sono tutt'altro che realistici: dai genitori di Sierva Marìa alla misteriosa (e pazza) Dulce Olivia, ci si trova di fronte ad una carrellata di personaggi stravaganti, estremi e grotteschi, quasi fossero tratti da fiabe o miti popolari. Questa è una delle caratteristiche che più mi colpiscono del realismo magico di Gabriel Garcìa Màrquez, il modo in cui riesce a creare dei personaggi assolutamente irreali, inumani, e tuttavia così rappresentativi dei pregi e dei difetti dell'umanità. Qualità tipica, appunto, della letteratura mitica.

Che c'entra il titolo del romanzo, però, con tutto questo? Be', fa riferimento a quello che è davvero il tema portante della storia, vale a dire l'amore visto come uno sconvolgimento dei sensi e della psiche, un sentimento che porta alla pazzia e alla rovina e quindi assimilabile ad una possessione demoniaca. Lo scrittore non è certo il primo a comparare l'innamoramento all'influenza di demoni! Lo sapevano già gli antichi, ma qui è presentato proprio in parallelo ad una sospetta possessione demoniaca, a carico, ahimè, della piccola Sierva Marìa.
L'amore è sempre drammatico e pericoloso in questo romanzo, tutti i personaggi preda di questo sentimento finiscono per trovarvi rovina in un modo o nell'altro. Sarà che spesso non si tratta del genere di amore che io ritengo davvero tale, una comunione di sensi e di intenti, la scelta di stare accanto ad una persona che ci rende migliori e che ci fa sentire tutto in modo più pieno... Qui invece l'amore è fatto di pulsioni irrefrenabili, di gelosie, di trasgressione; sono passioni che si consumano in fretta e che lasciano dietro a sé dolore, assenza, disgusto, tradimenti e solitudine.
Nemmeno i religiosi sono al sicuro da questo demone, anzi ne sono spesso vittime e, quando non ne fanno esperienza, sono carichi di risentimento e invidia per chi invece nella vita ha avuto il piacere di sentire il cuore battere più forte.
Amore, dunque? Mi si dica se è da ritenere vero amore quello di un uomo di più di trent'anni per una ragazzina di 12 anni, come accade nella vicenda.. No, follia amorosa, questo è il demone del titolo, la carnalità e l'idolatria estreme che si adattano a questi personaggi fuori dagli schemi. Follia che toglie la ragione se c'è e che dissecca l'anima se manca, come nella famiglia di Sierva Marìa, dove l'assenza di tenerezza e affetto è totale.

Non sono certa di quanto mi sia piaciuto questo libro, perché la sensazione che lascia non è piacevole, quanto piuttosto disturbante. Se si aprono le pagine di questo romanzo per cercare l'amore del titolo si resta delusi; se invece si avvicina senza preconcetti è una storia forte e davvero surreale che lascia tanti spunti di riflessione e regala colpi di scena ed emozioni. Di certo ne consiglierei la lettura, specialmente a coloro che già conoscono l'autore e ne apprezzano lo stile e le tematiche.

Uh, quasi dimenticavo! Che c'entra "Olalla" di Stevenson con questo romanzo? Be', niente. O meglio, nelle prime pagine appare un personaggio che si chiama Olalla e che tornerà, nel corso delle vicende, come un membro della famiglia protagonista. Insomma, una semplice coincidenza, niente di più, ma mi ha colpito. Che sia un nome tradizionale spagnolo più diffuso di quanto creda?

mercoledì 26 aprile 2017

48. Robert Luis Stevenson - Olalla

Più riguardo a OlallaNon si può chiamare "Olalla" un romanzo. Sebbene sia stato pubblicato in un volume indipendente questo è a tutti gli effetti un racconto lungo. Per questo è il genere di lettura da 3 ore: un pomeriggio al lago, complici le vacanze, e questo libricino si volatilizza. Purtroppo senza lasciare granché dietro di sé...

Stevenson è proprio lui, quello famoso per "L'isola del tesoro" e "Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde". Questo racconto fa parte del periodo inquietante e misterioso in cui lo scrittore era impegnato nell'editing del secondo romanzo citato e si sente: l'atmosfera è carica di una cupa angoscia che si respira anche nell'altra storia, ma qui ha toni più smorzati e fumosi, quasi onirici. Non è un caso dunque se Stevenson raccontò di aver sognato questa storia e di aver faticosamente cercato di riportarla sulla carta.
L'ambientazione però è del tutto diversa: siamo in Spagna, presumibilmente nei primi anni del 1800, e l'io narratore è un soldato, un ufficiale, che dopo essere stato ferito in battaglia è alla ricerca di un periodo di riposo lontano dal clima umido e uggioso della madrepatria, la Gran Bretagna appunto. Su consiglio del suo medico sceglie di andare da pensionante in una magione spersa nelle montagne, residenza di un'antica famiglia nobiliare caduta in disgrazia. La famiglia ha una sola richiesta da fare: che lui non entri in alcun modo in confidenza con i suoi componenti. E' così che l'ufficiale incontra la padrona di casa e i suoi due figli, Felipe e Olalla. Be', non esattamente in quest'ordine... Ma il fatto che Olalla dia il titolo al libro fa intuire che avrà un certo peso nella storia.

Come dicevo c'è un velo di mistero che aleggia su questa storia, ma più di un vero senso di soprannaturale mi ha fatto pensare a "Il giro di vite" di Henry James: l'idea che qualcosa di demoniaco all'opera potrebbe esserci, ma anche no; forse è tutta immaginazione, forse è la gente che viaggia con la fantasia, o invece questa famiglia maledetta qualcosa di strano e innaturale ce l'ha davvero. E' un racconto del supposto, del temuto, dell'immaginato. Forse per questo alla fine mi ha lasciato un po' di inconcluso in gola.

Non sono molte le tematiche sviluppate dall'autore. In quest'atmosfera tardo gotica trova spazio l'immancabile follia amorosa (ma sarà poi amore, una passione alimentata dalle fantasie e da un paio di incontri fortuiti e silenziosi?), ma ciò che mi ha intrigato di più è la descrizione della decadenza all'interno della famiglia nobiliare spagnola.
L'autore ancora una volta cede all'attrazione del tema del doppio, in un certo senso, anche se non lo visualizza più in due entità diverse, ma come caratteristiche unite all'interno dell'individuo. In questa famiglia da generazioni gli esponenti mantengono sembianze molto simili e assai avvenenti, ma nel frattempo la loro lucidità mentale e intelligenza è andata perduta. Tutti noi abbiamo sentito parlare di come la maggior parte delle famiglie nobiliari di tutta Europa siano piuttosto malandate geneticamente, portatrici di un sacco di malattie inasprite e sviluppate dal costante matrimonio tra consanguinei più o meno prossimi. In questo racconto però il disfacimento mentale che ci aspettiamo è controbilanciato da un fascino esteriore che invece non passa, ma rimane immutato nelle generazioni. Come se l'interiorità di queste famiglie spesso malvagie, corrotte e rovinate dalla loro stessa superbia si distingua nella vacuità del loro sguardo, mentre all'esterno tutto rimane uguale, trasferendosi di generazione in generazione quasi come un'arma, perché è a questo che serve: sedurre chi sarà così debole da farsi ammaliare e dare nuova linfa vitale alla famiglia.

La tematica è carina e poteva essere sviluppata in molti modi, sia realistici che più fantastici, ma a mio parere Stevenson qui un po' pecca. C'è una ripetitività, una pesantezza nella narrativa, i protagonisti hanno ben poco da dire e da dirsi ma lo ripetono per decine di pagine. A questo si aggiunge uno stile non proprio scorrevole, l'ambientazione difficile da inquadrare all'inizio, e la mancanza di pause di respiro (94 pagine a capitolo unico, senza separazioni interne alla narrazione: un'unica tirata senza un momento in cui infilare il segnalibro).
Insomma, tutti questi piccoli nei, a mio parere, fanno perdere un po' di attrattiva al racconto e mi inducono a non consigliarlo, a meno che non si abbia una particolare predilezione per questo autore o per le atmosfere gotiche e le situazioni inquietanti ma non chiarite.

venerdì 21 aprile 2017

47. Stephen King - L'occhio del male

Più riguardo a L'occhio del maleChi mi conosce sa che io amo molto Stephen King e la maggior parte della sua produzione. In particolare amo i romanzi usciti sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, come "L'uomo che corre" ("The Running Man") o "La lunga marcia" ("The long walk"), storie distopiche dai temi forti e assai attuali. Quindi si potrà comprendere il mio dolore nello scoprire che questo romanzo, invece, è una palla mostruosa.
"L'occhio del male", che già dal titolo promette dolori (in lingua originale il titolo è "Thinner", cioè "Più magro", che se non altro c'entra con la storia), è l'ultimo libro pubblicato da King sotto falso nome prima di essere scoperto. L'occhio a cui si fa riferimento è il malocchio, interpretato nel romanzo come una maledizione.

La storia è semplice, una trama che si poteva sviluppare con agio in un racconto di media lunghezza e che invece come romanzo fa acqua, o meglio latte alle ginocchia, da tutte le parti.
Un avvocato obeso dell'America bene investe inavvertitamente una vecchia zingara perché poco attento alla guida. La polizia locale e il giudice lo difendono, scagionandolo, perché in fondo gli zingari danno fastidio a tutti in questo romanzo. Il capo degli zingari, un vecchio dal volto sfigurato, lancia una maledizione sul protagonista: quella di dimagrire fino alla morte.
Ovviamente ci viene descritto lo stupore nella perdita di peso iniziale, l'orrore nel rendersi conto che non c'è modo di fermarla, la reazione di chi sta attorno a Billy, il protagonista. E Billy non è uno che se ne sta con le mani in mano: indaga, cerca di capire cosa sia successo, di chi sia davvero la colpa e chi siano questi maledetti zingari con qualsiasi mezzo a propria disposizione. La faccenda volgerà al cruento, senza tuttavia alcuna reale nota horror. Si tratta più di soprannaturale drammatico, un mix che può descrivere l'uso di magia nera senza toccare i mostri nell'armadio di ciascuno di noi.

C'è poco da dire su questo romanzo. Non ha una vera carica di critica sociale, dal mio punto di vista, non affronta reali problemi se non portare all'attenzione del lettore ciò che tutti sanno, e cioè che le popolazioni rom, così come tante altre minoranze, sono rifiutate dalla società e abusate da chi si sente migliore di loro da tutta l'eternità. Certo che se poi tu, scrittore, li ritrai come stregoni e assassini spietati non aiuti...
Anche lo stile è scialbo. Non ci sono passaggi davvero emozionanti o poetici, come spesso accade invece in King. La storia è scontatissima e si può prevedere fin dall'inizio come andrà a finire. Nulla mi ha sorpreso, dall'inizio alla fine.

Una curiosità: ho detto prima che questo è l'ultimo libro uscito originalmente con lo pseudonimo di Richard Bachman, prima che il collegamento con King fosse fatto da un libraio americano e la realtà svelata. Devo dire che il vecchio King non si stava impegnando così tanto a nascondersi: come succede ogni tanto nei suoi libri, perché è un narcisista dei peggiori, l'autore qui si autocita nel romanzo, o meglio Bachman cita proprio Stephen King. A Billy sembra di essere in un romanzo di Stephen King, nella fattispecie. A me questa cosa di citare se stessi fa una tristezza senza precedenti, come già era successo nella saga della Torre Nera...

Conclusione: questo romanzo mi ha delusa profondamente. Mi ha lasciata annoiata e insoddisfatta, la storia è banale e non c'è nessuno stimolo intellettivo o psicologico. Un libro da dimenticare e che consiglio a tutti gli amanti di King di abbandonare tranquillamente sullo scaffale, se non vogliono sprecare tempo prezioso.

martedì 18 aprile 2017

46. Joseph Roth - La Cripta dei Cappuccini

Joseph Roth è uno di quegli autori che non si può proprio associare a un Paese preciso, non al giorno d'oggi. Nato a Brody, piccolo paese attualmente parte dell'Ucraina, è considerato in verità uno scrittore austriaco, scrisse in tedesco, ed è connotato in particolare per la sua appartenenza al gruppo degli ebrei galiziani, una comunità piuttosto numerosa all'inizio del '900 (e rappresentata anche nel romanzo protagonista di questo post). Insomma, un uomo che si può definire solo austro-ungarico e che di quest'appartenenza fa proprio il suo marchio di fabbrica, perché è conosciuto come il narratore della decadenza e della fine dell'Impero.

"La cripta dei Cappuccini" è il secondo capitolo di una breve serie composta da due romanzi e un racconto, che hanno in comune la descrizione delle vicende della famiglia Trotta. Nella prima parte, intitolata "La marcia di Radetzky", si narra di un ramo eroico della famiglia e della sua lenta decadenza; in questo secondo capitolo, che si può leggere tranquillamente in modo indipendente, l'autore segue le vicende dell'altro ramo genealogico, ancora una volta focalizzandosi sul suo disfacimento. La Cripta dei Cappuccini che dà il titolo al romanzo esiste davvero e altro non è che la cripta della chiesa di S. Maria degli Angeli a Vienna, dove tradizionalmente venivano seppelliti i membri della famiglia imperiale. Qui si possono ancora oggi visitare le tombe di molti personaggi famosi e sebbene nel romanzo appaia solo verso la fine rappresenta per il lettore un simbolo, una metafora del tempo corrente: il vecchio sistema è morto e giace qui, sepolto, per sempre. Il mondo là fuori è cambiato e non c'è più spazio per gli imperatori. Quindi il mood del libro dovrebbe a ben vedere essere questo:


Devo dire che Roth è bravissimo a farcela sentire, quest'allegria straripante.

La vicenda parte all'inizio del XX secolo, alle porte della Prima Guerra Mondiale. Protagonista è il giovane Francesco Ferdinando Trotta, unico erede di una casata ricca ma non grandemente nobiliare, che vive tra i lussi dei caffè di Vienna e i salotti della nobiltà annoiata a cui si accompagna. Trotta non ha un'occupazione, non ha mai dovuto fare alcun lavoro né mai dovrà preoccuparsene, perché sua madre un giorno gli lascerà in eredità una notevole somma di denaro e di proprietà immobiliari amministrate dal legale di famiglia. Quindi si tiene occupato con i mezzi del tempo: le uscite con gli amici, le notti a bere nei locali fino a tardi, il collezionismo di oggetti curiosi di carattere popolare e un amore più o meno inconfessato e sicuramente superficiale per la giovane Elisabeth.

Sono giovani annoiati e senza sogni, senza ideali, quelli della decadenza asburgica, incarnazioni perfette di quel disagio chiamato spirito di fin de siècle. E come tali, allo scoppio della grande guerra, si precipitano al fronte, pronti nella loro fantasia a gesta di chissà quale eroismo. Molti di loro dal fronte non torneranno e chi invece farà ritorno a casa troverà un mondo che più non appartiene loro, cambiato per sempre.
Roth non si dilunga nella descrizione della guerra. Trotta viene fatto quasi subito prigioniero e da lì in poi se la caverà facendo amicizia con ufficiali russi che avranno per lui un occhio di riguardo. Trotta è una persona fondamentalmente innocua, dal carattere aperto e amichevole, e con tutti i suoi difetti non si sente mai superiore agli esponenti del popolo lavoratore di cui non fa parte; gli piace anzi, con quell'atteggiamento sciocco che a volte hanno i ricchi, immergersi tra loro, cercare di farseli amici e di assomigliare loro, quasi fosse un atto trasgressivo e stimolante. Potremmo anche dire che Trotta, nel male, è ben fortunato.
Fatto sta che nel tornare a Vienna, a guerra ormai finita, trova la sua vita stravolta.

Ovviamente non posso andare avanti a raccontare nei dettagli ciò che succede nel romanzo senza spoilerare completamente tutta la trama. Mi limito quindi a dire che le rinnovate condizioni e istituzioni hanno già profondamente cambiato la cultura austriaca e pretendono, da parte della vecchia classe dirigente, un mutamento profondo, nei modi e nello stile di vita; questo tuttavia non è sempre possibile. Lo si vede nella vita di tutti i giorni: non tutti sono capaci di reinventarsi e di solito è chi ha vissuto in modo più agiato a soffrire questo genere di sconvolgimenti sociali. E' senza dubbio una debolezza, una grave mancanza di carattere, ma è anche estremamente vero e umano e per questo Trotta, nel suo essere spesso irritante, mi è sembrato così reale.
Così i protagonisti si rifugiano nel ricordo di un'epoca che non c'è più, di una società utopica che rivive solo nei loro ricordi. Non che l'Austria imperiale fosse un paradiso: lungi da tanta perfezione, l'autore è ben consapevole, e ce lo dice, che si trattasse di un mondo spesso crudele, corrotto e violento, in cui trionfavano arroganza e ingiustizia sociale. Ma che conta questo, quando il proprio presente è così alieno da lasciare un uomo sperduto?

Il personaggio di Elisabeth è forse quello che meglio degli altri risalta tra le pagine, specie nell'ultima parte, e insieme a Trotta ben rappresenta il periodo storico in questione. L'amore tra Elisabeth e Trotta, semplicemente, non esiste. Non è amore questa conoscenza superficiale che sfiorisce al primo contatto, alla prima vera occasione di intimità. Ciononostante questo tipo di rapporti, evanescenti e finiti prima ancora di iniziare davvero, sono l'unico tipo di relazione che ci si possa aspettare da persone così egocentriche ma allo stesso tempo inconsapevoli, non soltanto di ciò che si è, ma persino del mondo in cui ci si muove.
Elisabeth è una donna apparentemente moderna, che nel giro dei quattro anni della guerra fiorisce, potremmo dire, in una creatura che, da donna ottocentesca, diventa indipendente e in possesso del proprio destino. Tutto ciò naturalmente è solo apparenza. Non c'è nulla in Elisabeth che sia realmente sentito: è lo specchio fedele dell'influenza di chi le sta accanto, il superficiale e sciocco entusiasmo di chi non ha idee proprie e quindi si infervora per quelle degli altri. Elisabeth la trasgressiva, come potremmo pensare, questa donna che si lascia andare a una sessualità non convenzionale e si dedica all'arte, in verità agisce a caso, seguendo di momento in momento chi più la manipola col proprio carisma. Non si scorge, in lei, nessun vero affetto, nessuna appartenenza profonda, nessun valore irrinunciabile. Non c'è nulla di cui le importi davvero, se non l'irrinunciabile follia del momento.
Ed è rappresentativa, questa Elisabeth, perché quasi tutti i giovani all'interno del romanzo, almeno nella cerchia del protagonista, sembrano agire totalmente a caso, sull'impulso del momento o della moda, ma senza seguire desideri e principi più profondi. Ecco allora la fine secolo, la crisi dei valori, la perdita delle certezze e il rifugiarsi nell'estetica, nel materiale e transitorio per trovare sollievo, per mettere a tacere il proprio stordimento, per non sentire che c'è un vuoto; e tuttavia quel buco non si può colmare così, con la leggerezza e l'indifferenza.

Questo è il momento in cui questo romanzo ha iniziato a diventare doloroso, per me. Perché tra le pagine di Roth ho letto un mondo che mi è fin troppo familiare, un disagio sociale che rileggo ogni giorno sui volti dei miei allievi a scuola, sui ventenni che mi capita di frequentare. A cento anni di distanza la fine del secolo ha colpito ancora e con violenza la nostra società. Si sono salvati in pochi, dalla mia età in giù, e leggendo queste pagine ho ritrovato tutte le contraddizioni e le pochezze della nostra epoca, tutta la sofferenza di una generazione X, sbandata da una società che ha distrutto il vecchio senza saper ricostruire il nuovo. Toccherà a loro e a noi creare un mondo più moderno, più giusto. Il problema è che per loro, quelli dell'inizio '900, la spinta al cambiamento è stata una guerra mondiale che ha fatto 6 milioni di morti e decine di milioni di feriti e invalidi. E nemmeno questo è bastato, visto che poi ci sono stati i totalitarismi e la Seconda Guerra Mondiale. Insomma, se diamo ragione a Vico e crediamo nei corsi e ricorsi storici (e io un po' la sposo, questa teoria) allora il peggio deve ancora arrivare...

Sono più fortunati i vecchi, allora, in questo mondo a gambe all'aria. La madre di Trotta, donna tutta d'un pezzo, è l'incarnazione dei valori del passato e rimane, fino alla fine, l'ultimo baluardo del vecchio regime. L'autore la tratta con una dolcezza, una tenerezza che rivelano un occhio di riguardo. Pur avendo fatto molti errori, pur avendo attivamente mandato in malora la famiglia, non le rimprovera mai nulla davvero, perché la signora è sola, è anziana, non capisce la modernità che avanza e, alla fine dei suoi giorni, non è nemmeno del tutto in sé.
Raramente mi è capitato di leggere una descrizione della vecchiaia più dolce, un occhio così ottimista su un periodo della vita che è di solito guardato con odio, tristezza, rimpianto. Bellissimo il modo in cui invece ne parla Roth, come riesce a trovare poesia e sollievo in eventi dolorosi come il venir meno delle facoltà mentali.

Com'è caritatevole la natura! I malanni che essa regala alla vecchiaia sono una grazia. Oblio ci regala, sordità e occhi deboli, quando si diventa vecchi; un poco di confusione anche, poco prima della morte. Le ombre da cui questa si fa precedere sono fresche e caritatevoli.

La storia termina con l'arrivo dei nazisti in Austria, l'occupazione e la fuga degli ebrei da Vienna. Questo evento è la vera fine dello splendore passato: gli ebrei a Vienna e in generale nell'Impero erano stati una parte fondante della società; con loro se ne vanno non soltanto vetturini e ambulanti, ma anche alcuni dei più ricchi abitanti, i gestori di alcuni dei locali più alla moda della città e persino molti nobili. Non solo: con questo atto di invasione l'Austria perde la propria indipendenza come nazione. Quindi nel giro di vent'anni Trotta si ritrova a vivere la distruzione di un impero fino al proprio totale annullamento.
Sospetto che avrebbe desiderato quell'oblio riservato ai vecchi, quello che aveva reso gli ultimi anni della madre più dolci. Invece Trotta è, nonostante la propria inutilità, ancora giovane, nel pieno anzi delle forze, e gli tocca sopravvivere. Roth crea una forte assonanza tra lo stato d'animo del protagonista e i lampioni di Vienna in una delle descrizioni finali del libro.

...i lampioni intristivano, stanchi del vano risplendere. Agognavano il mattino indolente e il loro stesso estinguersi. Sì, erano sempre stanchi, i lampioni sfiniti dalla veglia, che volevano il mattino per potersi addormentare.

E' questa la tragedia dell'uomo nella generazione X, il non trovare un posto ma non potersene nemmeno andare. Allora che fa? Si aggrappa al passato, al poco che gli resta, e va a rifugiarsi in un luogo amato, che per lui rappresenta la sicurezza perduta. La tomba dell'imperatore.


La storia si chiude su questo momento storico, così come la vita dell'autore, morto soltanto un anno dopo aver pubblicato questo romanzo. Un uomo a sua volta sofferente, alcolizzato, afflitto da problematiche psichiche (sicuramente era un impostore e un mitomane) e sposato con una donna malata di mente. C'è molto di Roth nelle sue storie, forse più di quanto vorremmo conoscere, perché Trotta o gli altri protagonisti delle sue storie non sono certo gente a cui vorremmo accompagnarci; eppure ci parlano perfettamente di un tempo che è passato ma mai quanto ora vicino.

Personalmente consiglio la lettura di questo romanzo: è breve, lo stile è semplice e facile da seguire, un libro che scorre come acqua e lascia incollata dentro una patina di amarezza. D'altronde mica si legge solo per trastullarsi...

giovedì 13 aprile 2017

45. Wei Wei - La ragazza che leggeva il francese

Più riguardo a La ragazza che leggeva il franceseConcludo la mia piccola incursione in terra cinese con un romanzo curioso, che con la sua leggerezza di stile mi ha appassionato e mi ha fatto scoprire un altro pezzettino di storia cinese.

Per una persona che ha studiato lingue (non solo europee) e che ha approfondito filologia e glottologia in tesi, non solo, per una persona che di mestiere fa l'insegnante di lingua straniera, per quanto essa sia il nazional-popolare inglese, la lettura di questo romanzo è, a mio avviso, un viaggio affascinante. Abituati a vedere le lingue asiatiche come estranee, aliene alla nostra struttura linguistica, e soprattutto difficilissime da apprendere, è interessante osservare l'altra faccia della medaglia: una lingua europea, per di più romanza, come il francese descritta dalla prospettiva di una ragazza cinese che l'ha dovuta imparare.

"La ragazza che leggeva il francese" è il romanzo più o meno autobiografico della scrittrice di origine cinese Wei Wei. Nata nel 1957 nel sud della Cina, vive oggi in Inghilterra dopo aver trascorso alcuni anni in Francia. E ad averla portata in Europa è una sventura, da un certo punto di vista: l'essere stata scelta, contro la sua naturale inclinazione e ambizione, per studiare all'università lingua francese e diventare un'interprete.

Il primo tema approfondito in questa storia è, senza ombra di dubbio, il libero arbitrio, la libertà di scelta e la negazione della stessa all'interno della cultura cinese, almeno per quanto riguarda gli anni '60/'70. Durante la Rivoluzione culturale, periodo in cui la giovane Wei Wei frequenta la scuola, non era dato all'individuo di poter scegliere la propria strada. L'accesso all'università era fortemente limitato, le selezioni durissime e spesso corrotte, e il giovane studente veniva spesso rifiutato da un corso di studi senza sapere perché, o dirottato in seguito verso un'altra disciplina totalmente differente.
E' ciò che accade a Wei Wei, che partita dal sogno di diventare medico, è costretta ad abbandonare il proprio progetto a causa del passato non del tutto cristallino della sua famiglia (anche il minimo problema all'interno del partito era un precedente insormontabile che avrebbe infangato la reputazione dell'intera famiglia per generazioni) e solo grazie alla sua appartenenza ad una delle minoranze etniche cinesi viene poi ammessa ai corsi universitari a loro riservati, per studiare però lingua francese. Wei Wei è disperata di fronte a questo futuro: a lei le lingue non interessano, non conosce nulla né di francese né della Francia e ha speso anni a prepararsi a tutt'altra professione. In Cina però non c'è spazio per la volontà, i desideri del singolo, ma solo per ciò che serve al Paese. Mi fa sempre pensare a un formicaio o ad un alveare, questa Cina, in cui il comunismo ha eliminato il cittadino in nome di una grandezza e di un progresso globale di cui poi, quel singolo cittadino, non ha goduto mai (e nemmeno i suoi discendenti, spesso e volentieri).
Noi che in Europa abbiamo esaltato tanto la diversità, le inclinazioni personali, l'unicità (spesso fino all'esagerazione) non possiamo nemmeno immaginare un Paese così. E non si tratta solo dell'ambito lavorativo o di studio: anche la vita privata, amorosa, era all'epoca regolata con la stessa concezione di dovere imposto. Sottolineo l'uso del passato perché non ho idea di come sia la situazione corrente e non mi azzarderei mai a giudicare un Paese dalla sua cultura di 50 anni fa. Sono speranzosa che la situazione sia un po' cambiata, almeno dal punto di vista dei legami personali...

Comunque sia la protagonista di questa storia non molla mai, non si lascia mai vincere dalla delusione o dalle avversità. Il sistema e la famiglia la avversano, in modo e in ambiti diversi, ma lei trova sempre una maniera di andare avanti, ricaricarsi, scovare nuove ragioni per lottare. E' una ribelle dentro, Wei Wei, e forse lo studio del francese faceva davvero per lei, perché si sa che la storia francese è una di rivoluzioni... Sarà la letteratura francese (notare bene, quasi introvabile in Cina, perché la lettura della narrativa straniera non era incoraggiata affatto durante il Comunismo di Mao) ad aprirle le porte di un altro mondo, di possibilità diverse, e a farle trovare un senso nello studio della lingua francese, che inizialmente non apprezza per nulla.

Questo processo di apertura all'Occidente e, di conseguenza, la presa di coscienza della vastità e diversità del mondo, è descritto con una bellissima metafora dalla scrittrice. Non posso non condividerla qui sotto...

Una ranocchia nasce nell’oscurità di un pozzo profondo. Vi passa l’infanzia e l’adolescenza. Non esce mai perché l’idea di avventurarsi fuori non le passa mai per la mente. Contempla tutti i giorni il cielo dal fondo del suo nascondiglio e crede non sia altro che un piccolo disco talvolta bianco, talvolta grigio, talvolta azzurro, talvolta velato, talvolta luminoso...
Poi, un bel pomeriggio d’estate, un uccellino viene a posarsi sul bordo del pozzo:
“Posso bere un po’ d’acqua? Muoio di sete.”
La ranocchia annuisce:
“Bevi quanto vuoi.”
Poi gli domanda con curiosità:
“Da dove vieni?”
“Dal cielo. Ho volato più di duecento li.”
La ranocchia strabuzza gli occhi stupita:
“Duecento li? Ma esageri! Il cielo non è più grande dell’entrata del mio pozzo, lo vedo tutti i giorni da qui.”
L’uccellino scoppia a ridere:
“Esci e guarda. Io devo proseguire il mio viaggio. Arrivederci, e grazie dell’acqua!”
Poi vola via.
La ranocchia esita un istante, poi balza su una piccola felce che spunta da una fessura vicino al bordo del pozzo. Allunga il collo e osa timidamente mettere fuori la testa famelica: ma... ma il cielo è così GRANDE!

Forse la cosa che mi ha colpito davvero più di tutto il resto è l'incredibile forza di questa ragazza, la determinazione, la volontà di non arrendersi mai e di continuare a lottare per ciò che sente davvero. Non tutti abbiamo questa forza, come ci racconta anche il romanzo, ma tutti dovremmo ambire a lottare per essere liberi.

Inoltre non si può ignorare il messaggio d'amore per i libri: è la lettura dei classici francesi a far rinascere in Wei Wei la voglia di esplorare il mondo e opporsi alla castrazione psicologica a cui la sua società è soggetta. Il potere della letteratura è una verità ignorata solo dalla popolazione occidentale del giorno d'oggi. In passato, e in molti Paesi ancora oggi, chi deteneva il potere sapeva molto bene che certi libri sono dinamite e rischiano di far esplodere gli animi: per questo esistevano le liste di libri proibiti, per questo ancora oggi opera la censura. Trovo sempre incredibile quanta poca rilevanza viene data alla lettura dalla gente comune, quanto la trovino semplicemente noiosa e la evitino con cura. E pensare che su una persona può operare un cambiamento così grande! Io i libri li amo, si sa, è una cosa viscerale, ma non potrei mai farne a meno. La passione per la lettura dei classici della protagonista mi ha fatto sentire ancora più forte il valore della mia piccola collezione di libri casalinga.

Una nota ora dal profondo del mio animo di prof: ma è mai possibile che questa ragazza, madrelingua cinese, abbia avuto la forza e la costanza di imparare il francese mettendoci anima e corpo, leggendo interi romanzi con un dizionario da una parte e un quaderno dall'altra per appuntarsi tutto ciò che imparava, mentre io a scuola non riesco nemmeno a far leggere ai miei allievi due paginette in inglese corredate da appunti e didascalie? Da questo punto di vista la lettura è stata frustrante. Mi ha ricordato quanta fatica, anche fisica, imponesse lo studio fino a qualche anno fa, il lavoro di ricerca dei materiali, sempre così difficili da reperire, le ore passate a rimuginare sui libri e la soddisfazione del traguardo raggiunto quando si riusciva a cavarne un ragnetto. Oggi sono davvero pochi gli studenti disposti a tanto carico di lavoro e mi amareggia un po' che anche la mia materia, l'inglese appunto, abbia così poca presa sui ragazzi. Eppure l'inglese è forse quella lingua che non solo ti apre le porte del mondo, ma ti mette proprio le ali! Invece, quando chiedo ai ragazzi perché l'inglese è importante, mi sento dire cose tipo "è obbligatorio" o "a me non interessa, tanto non vado all'estero in vacanza". Forse fa sentire più sicuri chiudersi nel proprio piccolo mondo, dove tutto è conosciuto e familiare, anche ciò che non ci piace. Lo scontro tra culture è sempre doloroso e un giorno dovrò accettare che non tutti hanno voglia di misurarcisi.

Il romanzo si conclude con un finale un po' alla francese, sintomo che l'autrice ha ben interiorizzato la cultura francese... :)
In verità ho scoperto che ci sono altri romanzi semi-autobiografici di Wei Wei e mi piacerebbe in futuro recuperarli e scoprire com'è andata avanti la sua storia, come c'è andata a finire in Francia. Sicuramente è un romanzo che per il momento consiglio a chi voglia leggere qualcosa di facile, non troppo drammatico e ciononostante caratteristico del periodo post-Rivoluzione Culturale cinese.

P.S.: Il titolo originale di questo romanzo è "Una ragazza Zhuang" e si riferisce all'etnia della protagonista, appunto Zhuang, cioè una minoranza all'interno della Cina (che è a maggioranza Han). Se a qualcuno venisse la scimmia di dare un'occhiata a vestiti tipici e nomi delle altre minoranze, qui ce ne sono un po'. Buon divertimento!

Ragazza Zhuang in costume tradizionale