mercoledì 22 novembre 2017

Frances Hodgson Burnett - La piccola principessa + Il giardino segreto

Io ero una bambina precoce, lo devo dire. Mi sono bruciata l'infanzia, da un certo punto di vista, perché quando ho imparato a leggere (tardino per essere una bambina precoce, ma sospetto di essere un po' disgrafica e chissà, magari anche un po' dislessica, anche se questo ha sempre influito soltanto sulla mia velocità di lettura e scrittura) mi sono in fretta stancata delle storie per bambini. Le trovavo infantili, il che immagino sia naturale, ma la mia vena infantile si era già un po' prosciugata e agognavo a qualcosa di più adulto, più complesso. Quindi mentre ho continuato a guardare cartoni animati e film per bambini (e peraltro non ho smesso manco adesso...) nelle letture mi sono rivolta a qualcosa di più adolescenziale: fantascienza, fantasy, horror soft. Ai tempi la Mondadori riforniva i preadolescenti di collane a tema e io mi ci sono tuffata con 4 o 5 anni di anticipo, facendone una scorpacciata.
Così mi sono persa tutto un mondo di classici per l'infanzia. Come si suol dire, non è mai troppo tardi: sto recuperando ora, un libro alla volta. So che leggere questo genere di romanzi da adulti non fa e non può fare lo stesso effetto di leggerli nel momento giusto, ma è anche interessante riscoprirli con uno sguardo diverso, cercando di immedesimarsi nel piccolo lettore e al contempo nello scrittore che ha voluto lasciare questa storia alle nuove generazioni.
Ciò che mi sta molto aiutando in questo è il mio lavoro, per assurdo. Purtroppo per il secondo anno di fila mi tocca guidare per 40 minuti circa per raggiungere una delle scuole in cui insegno. Questo significa 1 ora e 20 minuti di tempo di guida buttato, tempo che avrei potuto utilizzare con profitto leggendo qualcosa, se non lavorando. Grazie al cielo c'è chi ha inventato gli audiolibri. Io per molto tempo sono stata restia ad avvicinarmi a questo mondo, perché ascoltare un romanzo è diverso da una lettura personale, ragionata. Le tempistiche, le modalità, il coinvolgimento... Tutto è differente. Però ho scoperto che per me l'audiolibro è proprio il modo migliore per affrontare i classici per l'infanzia. Hanno una velocità diversa dai romanzi per adulti, sono fatti un po' per essere anche letti ad alta voce, no? Inoltre le descrizioni tendono a essere meno lunghe e complesse, il linguaggio utilizzato in generale più diretto e le elucubrazioni ridotte notevolmente.
Tutto ciò quindi mi ha portato a setacciare il web alla ricerca di fonti di audiolibri. Ci sono tantissimi siti, tanto che andrebbe fatto un post a parte. Io amo leggere in lingua originale, se possibile, e quindi mi sono rivolta a Librivox, un sito di audiolibri americano, in cui i lettori sono tutti volontari e i libri tutti scaricabili gratuitamente, perché non più coperti da copyright. C'è veramente di tutto su quel sito, va esplorato.

La mia scelta è ricaduta, per plurime ragioni, su una serie di libri che aspettavano da tempo il loro momento, e i primi due selezionati sono stati "A Little Princess" ("La piccola principessa") e "The Secret Garden" ("Il giardino segreto"), due dei romanzi più famosi di Frances Hodgson Burnett. Quest'autrice, di origini britanniche ma poi emigrata negli Stati Uniti, ha trovato la propria fortuna proprio nella scrittura di romanzi per l'infanzia, non tanto perché le storie entusiasmassero i bambini quanto le mamme. La sua prima opera, "Little Lord Fauntleroy" ("Il piccolo Lord") ebbe un incredibile successo di pubblico e ancora oggi a Natale ce lo becchiamo ogni anno in versione cinematografica. La mia generazione, invece, ha conosciuto "La piccola principessa" attraverso i cartoni animati giapponesi, con la celeberrima serie "Lovely Sara", che ora posso dire fatta piuttosto bene.
Quante ore passate a piangere...

"La piccola principessa" vede come protagonista la piccola Sarah Crew, un bambina già orfana di madre cresciuta dal padre che la adora e la vizia in ogni modo possibile ed immaginabile. Per garantirle la migliore istruzione viene iscritta in un collegio per ragazze di buona famiglia a Londra e così Sarah si ritrova a dover lasciare la natia India e il padre per affrontare questa nuova avventura. Trascorrono così alcuni anni, finché la sua sorte volge al peggio e anche il papà della povera Sarah viene a mancare... Da quel momento la sua vita si fa più dura: senza più denaro né parenti che si possano prendere cura di lei, la bambina viene spogliata di qualsiasi avere e tenuta all'interno della scuola come aiutante e tuttofare, vittima di continue angherie, per non parlare del freddo, della fame e della solitudine.

Conoscevo già la storia, almeno a grandi linee, ma il personaggio di Sarah mi ha piacevolmente sorpreso: pur essendo una bambina straordinaria, per forza d'animo e intelligenza, l'autrice riesce a non farla apparire perfetta e quindi irreale e fastidiosa. Viene ripetuto più volte come Sarah non sia considerata granché bella e, per quanto sia una bambina di buon carattere, è sicuramente poco socievole, più interessata ai libri e ai propri sogni che agli altri. Il suo modo di relazionarsi è sempre piuttosto egocentrico, basato sui propri passatempi, e per questo tende a raccogliere attorno a sé le ragazzine dal carattere più debole e problematico, che hanno bisogno di un leader da seguire e da cui dipendere. Spesso si arrabbia e risponde male sia alle compagne che alle insegnanti, mostrando una sicurezza di sé giustificata dalla propria intelligenza e cultura ma certamente poco incoraggiabile in una ragazzina di fine '800. Ovviamente questi dettagli non fanno di lei una creatura davvero meno perfetta, ma lasciano un po' di spazio all'immedesimazione. Inoltre mi ha colpito come la scrittrice sottolinei che l'essere tanto brava, per Sarah, non è un merito, ma il risultato del semplice destino: la bambina è nata con un carattere naturalmente paziente, curioso e incline alla lettura e alla riflessione, è portata a prendersi cura degli altri e all'insegnamento. Nulla di tutto ciò è frutto di sforzo di volontà né della sua educazione; anzi si sottolinea come qualsiasi altra bambina, al suo posto, sarebbe divenuta arrogante, viziata e tirannica assai più dell'odiata Lavinia, l'allieva più temuta della scuola. Un tocco extra che mi ha fatto apprezzare questa ragazzina è quanto alcuni aspetti della sua personalità mi abbiano ricordato me da piccola. Non ero proprio così, ma alcuni comportamenti li ho riconosciuti e posso confermare che di meritevole nell'essere un topo da biblioteca e un avvocato delle cause perse non c'è nulla, ma solo una certa fortuna.

Lo stile della Burnett è quello tipico dei libri per bambini, con dialoghi semplici e descrizioni brevi ma efficaci, nessun riferimento storico o politico e con la frequente intromissione dell'autrice nella narrazione. La trama è piuttosto scontata, almeno dalla metà in poi si capisce come si concluderà, anche se mantiene quel pizzico di crudeltà da non garantire un lieto fine al cento per cento.
La mentalità dei personaggi è intrisa delle idee dell'epoca, con una forte divisione in classi sociali e pesanti giudizi razziali, che al giorno d'oggi ci fanno storcere il naso. Becky, la piccola serva di casa che diventerà la più intima compagna e alleata di Sarah una volta rimasta orfana, non potrà mai davvero essere sua amica, perché l'abisso sociale che le divide impedisce una tale parità di ruoli: potrà diventare la sua domestica, o la sua dama di compagnia, ma per quanto venga trattata con affetto ci sarà sempre un "Miss" di troppo, tra loro.
Mi ha sorpreso, invece, l'assenza di una certa stucchevole religiosità onnipresente che ho spesso ravvisato in altre pubblicazioni per il pubblico femminile dell'epoca. Ho sempre pensato che l'eccesso in questo rendesse i protagonisti irreali e un po' esasperanti; almeno questo è l'effetto che mi ha fatto, tanto per citare un romanzo, "Piccole Donne" di Louise May Alcott. In questo romanzo, al contrario, la presenza del divino è quasi inesistente. I personaggi non pregano mai perché Dio intervenga a risolvere i loro problemi o perché dia loro forza, Sarah e le altre non vengono mai incitate a sforzarsi di essere buone bambine per andare in paradiso, persino la morte è vissuta in modo molto laico e Sarah non trascorre molto tempo a immaginare il fato dei propri genitori. Ogni azione buona sgorga dal cuore, non da un precetto, ed è basata sull'osservazione del mondo e l'empatia, un approccio molto moderno e che ben si adatta alla società odierna.

Il capitolo finale racchiude, a mio avviso, il vero messaggio dell'autrice per i suoi lettori. Protagonista non è più Sarah, ma Anne, una bambina povera e affamata salvata da una panettiera che la prende con sé. Sarah, che per prima ha aiutato Anne quando viveva per strada, le affida il compito di prendersi cura degli altri bambini poveri della zona, in ricordo delle loro passate sofferenze. E' un'investitura, quasi, perché Sarah pensa che la bontà si trasmetta: chi fa del bene ispira altre persone a fare lo stesso, perché il bene può essere contagioso quanto e più delle cattive azioni e un solo gesto di gentilezza può cambiare la vita di una persona per sempre.

Ci sono molte somiglianze tra Sarah Crew e la protagonista del secondo romanzo di quest'autrice che ho ascoltato, "Il giardino segreto". In questa storia incontriamo Mary Lennox, che potremmo definire una Sarah mai amata e nata con un pessimo carattere. Entrambe sono nate in India, sono bambine cresciute sole e rimangono presto orfane. Entrambe vengono spedite in Inghilterra contro la propria volontà e vi arrivano da outsiders, da estranee. Eppure sono due personaggi dal carattere completamente diverso.
Personalmente ho trovato Mary difficile da sopportare ed essendo una bambina egocentrica e stizzosa la scrittrice è riuscita perfettamente nel suo intento. Peccato abbia reso più faticoso l'andamento del romanzo... Mary è una bambina che ha sofferto un enorme torto: le è stato completamente negato l'amore. I genitori, in particolare la madre, sono stati totalmente assenti e anaffettivi; i servitori, che di lei si sarebbero dovuti occupare, erano tutti nativi indiani e provvedevano solo a fare in modo che la bambina non desse problemi, creando un piccolo mostro malaticcio, sporco, aggressivo e infinitamente solo. La vita di Mary cambia radicalmente quando un'epidemia di colera scoppia nella zona in cui la sua famiglia vive e stermina prima i servitori e poi entrambi i suoi genitori. Chi rimane in vita scappa e lei rimane lì, abbandonata e dimenticata. Sarebbe morta di fame e di sete se non fosse stata trovata per caso da alcuni ufficiali dell'esercito... La scena in cui Mary si scopre sola è di una tristezza mortale, così come la reazione della bambina alla morte dei genitori e della balia: non prova niente, perché lei con tutte queste persone non è mai stata capace di creare legami.
La sua vita non sembra migliorare granché, però, nel giungere in Inghilterra: a prendersi cura di lei ora dovrebbe essere lo zio, un uomo tormentato dalla propria menomazione fisica (è gobbo dalla nascita) ma ancor maggiormente dalla tragica perdita della moglie, dieci anni prima. Mary si ritrova nuovamente sola, nuovamente rinchiusa in una casa che non conosce e non può esplorare e senza alcun legame affettivo. La sua sorte sembrerebbe segnata, se non fosse per Martha, la giovane domestica che si occupa di lei, e soprattutto per il grande giardino di villa Craven, che tanti segreti nasconde...

"Il giardino segreto" è una storia di guarigione, di lutto e solitudine ma anche di speranza e ripresa. Mary, il signor Craven e Colin, il cuginetto segreto di Mary, sono accomunati da una vita dolorosa che ha compromesso in parte la loro capacità di amare e farsi amare e che ha tolto loro la gioia di vivere e il futuro. La scrittrice sottolinea quanto l'amore sia fondamentale per la vita di chiunque perché si possa essere felici mettendo a confronto questi personaggi cupi, tutti ricchi, e la famiglia di Martha, la cui madre ha dato alla luce ben dodici figli che non navigano certo nell'oro, ma che sono tutti amati e curati e per questo sereni e pieni di voglia di vivere.
Ecco, qui cominciano le magagne che io ho trovato in questo romanzo e che me l'hanno fatto piacere meno del precedente, nonostante sia considerato l'opera migliore dell'autrice. Molti dei personaggi sono piuttosto assurdi, per non dire proprio irreali, primo fra tutti Dickon, il fratello di Martha che vive tanto in contatto con la natura da saper parlare con gli animali. Altrettanto estremizzata e quindi non credibile è la madre di Martha e Dickon, una sorta di madre assoluta, capace di prendersi cura di tutti, anche dei bambini degli altri, di tenere la casa in perfetto ordine e funzionamento, sfamare tutti e fare una serie di lavoretti. In più è un pozzo di saggezza popolare, stimata da chiunque la conosca. Una figura mitica, oserei dire... D'altronde non è nemmeno realistico che un bambino come Colin, allettato da dieci anni (10!), possa riprendersi alla velocità descritta nel romanzo, cambiando anche caratterialmente in modo tanto repentino.

Il messaggio di speranza è bello e l'amore per la natura che la scrittrice trasmette con le proprie descrizioni (un inno allo Yorkshire) è palpabile, ma non mi è bastato. Ho trovato il libro più pasticciato dell'altro, anche nei contenuti. La narrazione è più frammentaria, diversi capitoli utilizzano il punto di vista di personaggi secondari, incluso un pettirosso, e l'attenzione si sposta nel corso del romanzo da Mary a Colin, tanto che nell'ultima parte del romanzo sembra che tutto giri soltanto attorno a lui. Molte sono anche le cose accennate e rimaste irrisolte o non spiegate: la misteriosa bambina dei ritratti, la stanza indiana... A queste si aggiungono i capitoli sulla magia secondo Colin, una tiritera infinita che è un mix di religiosità e ispirazione new age anzitempo ma che mi ha annoiato fino alla morte. Persino il finale sembra un po' tranciato, come se mancasse qualcosa. Affrettato, ecco, questa è la parola che mi viene in mente.
L'impressione generale che ne ho avuto è di una storia molto ripetitiva nei contenuti, in cui l'autrice passa molto tempo ad allungare il brodo dicendo sempre le stesse cose e che invece manca di approfondimento e di una conclusione adeguata. Brutalmente trovo che il romanzo peggiori da quando Mary incontra Colin.

Quindi un pollice alzato assolutamente per "La piccola principessa", mentre mi riservo di esprimere una certa delusione per "Il giardino segreto", che comunque ha avuto tanta fortuna anche sullo schermo senza aver bisogno della mia approvazione. Frances Hodgson Burnett mi è sembrata una scrittrice interessante con alcuni spunti piuttosto moderni e mi ha lasciato con la voglia di approfondire la sua terza opera maggiore, "Il piccolo Lord".

4 commenti:

  1. Letti tutti e tre. Mi ha colpito di più "Il piccolo Lord" ma x la figura della madre, donna povera e anticonformista che pian piano acquista la fiducia del vecchio Lord. Da bimba preferivo in generale i personaggi adulti, trovando i piccoli insopportabili

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    1. Be', se tu preferivi i personaggi adulti in effetti questi due romanzi non lasciano molto scampo, perché gli adulti sono decisamente delle macchiette, delle caricature. Sigh, avrei dovuto scaricare anche "Il piccolo Lord", me lo sentivo...

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  2. Letto solo la piccola principessa, quando avevo una decina d'anni. Me lo ricordo, però. Allora la cosa che mi aveva dato più fastidio era stato il repentino cambio di trattamento della protagonista, che al di là dell'improvvisa povertà restava sempre intelligente e molto brava, e questo di colpo sembrava non importare più alle istitutrici... e mi aveva colpito anche la scena di quando divide la focaccina fuori dal negozio con la bimba di strada.

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    1. Che bambina carina! Sì, la storia è esagerata, fatta apposta per generare scandalo. Però posso dirti che in fondo è trattata molto ma molto meglio di Becky, soltanto perché è colta e di origini non popolane. Il modo in cui viene trattata Becky è agghiacciante, in fondo Sarah mangia poco e non viene nemmeno picchiata tanto...
      Le istitutrici sono caricature in negativo, naturalmente, e l'autrice dice fin dall'inizio che non avevano simpatia per Sarah, ma solo per i suoi soldi... Già è tanto che non la sbattano in mezzo a una strada, immagino.
      La scena della ragazzina è molto bella ma forse uno dei momenti più irreali. D'altronde è il gesto di generosità che si diffonderà a macchia d'olio, quello che poi genera il messaggio del capitolo finale. Dal punto di vista del romanzo è vincente che ti abbia colpito allora! :)

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