martedì 19 aprile 2016

9. Doris Pilkington - Follow the Rabbit-Proof Fence

Più riguardo a Follow the Rabbit-Proof FenceScegliere un libro scritto da bianchi per i bianchi mi sarebbe parso riduttivo nell'approcciarmi all'Australia. Ho cercato quindi un libro che fosse sì scritto per i bianchi, ma per mano di chi in Australia c'era assai prima che noi Europei ne scoprissimo l'esistenza. Un libro davvero nativo.

La storia degli Aborigeni australiani non è granché conosciuta. Io stessa sono assai ignorante in merito e per anni non mi sono affatto posta il problema. In verità, pur avendo visitato l'Australia ed essendomi resa conto in prima persona della situazione drammatica in cui versa la comunità indigena, non mi sono mai documentata.
Poi ho visto la locandina di un film su un libro di scuola e mi ha incuriosita. Quando ho scoperto che il film era tratto da un romanzo non ho avuto dubbi: avrei letto quel libro. Il film in questione è "Rabbit-Proof Fence" ("La generazione rubata" in italiano, perché ci piacciono le traduzioni precise) e il romanzo si intitola "Follow the Rabbit-Proof Fence" ("Barriera per conigli").
Non è un libro facile da trovare in Italia e io, leggendo l'originale, ho dovuto ordinarlo su intenet.

In generale l'ho trovato un libricino davvero interessante. La vicenda centrale, cioè la fuga di tre ragazzine di sangue misto dal centro di rieducazione in cui erano state portate con la forza, costituisce solo il penultimo capitolo del romanzo, per un totale di una settantina di pagine circa. Ho trovato molto interessante però la decisione dell'autrice, figlia di una delle protagoniste della storia, di introdurre la vicenda con un breve viaggio nel tempo, che spazia dall'arrivo dell'uomo bianco sulle coste occidentali dell'Australia fino ai fatti di poco precedenti all'avventura delle ragazzine, che si colloca nel 1931.
Questo excursus introduttivo mi ha dato modo di collocare meglio la storia all'interno del proprio contesto temporale e geografico, oltre a darmi qualche delucidazione sulla politica adottata dall'uomo bianco nell'invasione dell'Australia e nei rapporti con gli indigeni.
Deliziosa anche la terminologia in lingua aborigena che l'autrice inserisce nella narrazione, mescolandola all'inglese, creando così un pidgin che aiuta il lettore a calarsi davvero nella situazione.

Per quanto riguarda le tematiche, le principali sono sicuramente la discriminazione razziale e la libertà a tutti i costi. Non si può non vedere come i bianchi si considerino superiori alla popolazione di colore, così come la protagonista, Molly, sia nonostante la sua giovanissima età un simbolo assoluto di libertà, che ha un valore superiore al dolore, alla paura, persino al rischio di perdere la vita.
C'è però un tema che mi ha colpito e che racchiude un sapore agrodolce: le buone intenzioni con tragiche conseguenze. La sottrazione dei minori nati da padri bianchi e madri aborigene (spesso figli di violenze sessuali, ma anche di relazioni extraconiugali con ragazze giovanissime che lavoravano al servizio delle famiglie di proprietari terrieri) era nata infatti dall'osservazione di come questi bambini fossero isolati e maltrattati dai coetanei di "pura razza" aborigena. Si era quindi pensato di togliere questi bambini alle famiglie di appartenenza per prevenire abusi nei loro confronti e per aiutarli ad integrarsi maggiormente nella società occidentale. C'era d'altronde la credenza che questa progenie mista fosse più adatta ai lavori domestici e più incline all'apprendimento dello stile di vita dei bianchi. Tutte queste intenzioni dovevano essere molto nobili nel cuore di chi le aveva maturate, ma ebbero soltanto l'effetto di creare una massa di diseredati senza più una famiglia di appartenenza, una cultura e un background a cui appoggiarsi, che non poterono realmente integrarsi con la popolazione bianca ma rimasero per sempre esclusi dalla comunità indigena e persero per sempre ogni legame con i parenti più prossimi. Una tragedia, insomma, che ebbe ricadute drammatiche sulla società intera, e basta dare un'occhiata alla condizione attuale degli aborigeni australiani per comprendere che il danno fatto è plausibilmente irreversibile.
Il simbolo che racchiude tutti questi temi è la barriera per conigli del titolo, che, oggetto nato con una finalità di esclusione e divisione, rappresenta anche la famiglia, la casa e la salvezza per le bambine in fuga; inoltre è proprio un monumento alle intenzioni fallimentari. Come racconta l'autrice, "it was a typical response by the white people to a problem of their own making. Building a fence to keep the rabbits out proved to be a futile attempt by the government of the day." Per dirlo con parole semplici, la barriera non era servita a niente, perché i conigli portati dagli europei si erano già diffusi in ogni angolo dell'Australia, e rimase soltanto l'ennesimo, futile tentativo dei bianchi di porre rimedio a un problema che essi stessi avevano causato.

Un buon esempio di come a questi bambini fosse sottratta la propria stessa essenza è rappresentato in questa breve conversazione:
“You girls can’t talk blackfulla language here, you know,” came the warning from the other side of the dorm. “You gotta forget it and talk English all the time.”
The girls were dumbfounded, they couldn’t say anything but stare at the speaker.
“That’s true,” said Martha in support. “I had to do the same. They tell everybody that when they come here and go to school for the first time.”
Molly couldn’t believe what they had just heard. “We can’t talk our old wangka, “ she whispered. “That’s awful.”
“We all know it’s awful,” Martha told them. “But we got over that,” she added calmly.
Le bambine, appena arrivate al centro di rieducazione, scoprono di dover dimenticare la propria lingua. Cosa c'è di più intimo e profondamente legato alle proprie origini della lingua madre? Per me, che sono una linguista, questo tipo di violenza psicologica non può passare inosservato.

Ci sono molti aspetti di questo libro che mi hanno colpito e che mi sono rimasti nel cuore. E' soprattutto la rappresentazione delle usanze aborigene che mi ha conquistata, perché era questo che speravo di trovare tra le pagine e l'autrice non mi ha delusa. Tra tutti i dettagli, vorrei riportare qui la struggente usanza di autoinfliggersi ferite su tutto il corpo in caso di lutto: perché il proprio dolore sia visibile anche all'esterno, e perché si sappia che, finché quei tagli non si saranno rimarginati, il lutto rimarrà vivo nel cuore di chi lo porta. Per un popolo abituato ad esporre la propria nudità senza vergogna è naturale, probabilmente, manifestare in modo così plateale la propria sofferenza. Dal mio punto di vista si tratta di un rito davvero sconvolgente e drammaticamente sublime.

Consiglio di cuore la lettura di questo libricino, perché il dramma di questo popolo non continui a passare sotto silenzio e perché si incoraggi la riscoperta di una delle culture calpestate del nostro pianeta.


3 commenti:

  1. Sai che ho cercato a lungo questo libro senza mai trovarlo? Adesso ho la prova che in Italia non è facilissimo reperirlo e mi spiace ancor di più.

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    1. Solo tu potevi conoscere questo libro! Te lo presterei io, ma è in inglese e non so se apprezzeresti... :(

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    2. Ce ne hanno parlato in Australia e forse ho visto un pezzo del film, ma non l'ho mai trovato in giro...

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