martedì 1 agosto 2017

Edgar Allan Poe - Parte 1: le storie gotiche "femminili"

34 rackham poe ligeia
Negli ultimi tempi, a causa di un paio di recenti letture, ho ripreso in mano due libricini che comprai anni fa, contenenti una selezione tra i racconti più famosi e meglio riusciti dello scrittore americano Edgar Allan Poe. Questo nome, anche nei meno avvezzi alla letteratura dark, rievoca toni di mistero, horror e soprannaturale; per me che amo il genere rappresenta un caposaldo, un mito. Tuttavia non bisognerebbe dimenticare che Poe è stato il padre di una serie di filoni letterari e che le sue storie hanno avuto un impatto internazionale inimmaginabile su tutta la letteratura successiva. Purtroppo, proprio per il suo essere di genere, il povero Poe è rilegato nelle letture per ragazzi dal gusto macabro e ignorato dai libri di scuola.
Invece, pensate un po', a furia di rileggerlo mi è venuta voglia di inserirlo nel programma scolastico per l'anno prossimo.

Poe pubblicò i propri racconti in modo piuttosto sparso, su svariati giornali e riviste, e la maggior parte furono raccolti ed etichettati in edizioni postume. Io ne ho acquistate diverse versioni, sia in italiano sia in lingua originale, ma quella che ho tra le mani al momento ha scelto di associare i racconti per affinità di caratteristiche, in maniera piuttosto curiosa.
Come dicevo, rileggendoli li ho un po' riscoperti. Sono una di quelle persone che ricorda a lungo l'emozione di un libro, la sensazione provata nel leggerlo, magari alcune scene particolarmente toccanti o scioccanti, ma della trama non rimane con gli anni che un abbozzo sfocato. Per questo mi piace rileggere, perché ogni volta è una riscoperta dei dettagli, delle sfumature, ma anche dei personaggi e dello stile dell'autore.
Dunque, tutta presa dal sacro furore della lettura ispirata, non posso esimermi dall'esprimere due considerazioni spicciole e affatto letterarie sui racconti contenuti nelle raccolte in questione.

Il primo filone selezionato è quello dei racconti gotici femminili, se così possiamo definirli: storie che vedono come protagoniste giovani donne che tendono a perire assai anzitempo.
Nella collezione ce ne sono sei: The Oval Portrait (Il Ritratto Ovale), Ligeia, Eleonora, Morella, Berenice, The Fall of the House of Usher (La Caduta della Casa degli Usher).
Personalmente, i miei preferiti sono stati i primi due e "Berenice", mentre ho sempre fatto fatica a capire l'incredibile fortuna dell'ultimo citato, nonostante ne comprenda il valore tecnico e la ricchezza stilistica.

In tutti questi racconti viene trattato il tema della morte. Per chi non lo sapesse, si suppone che la fissazione di Poe nel descrivere la morte di giovani donne fosse dovuta alla sua infanzia sfortunata (Poe fu adottato in tenera età) ma soprattutto alla morte della giovanissima moglie Virginia, che era anche sua cugina e con la quale si era sposato quando lei aveva all'incirca 14 anni. Rimane però il fatto che questi racconti in particolare siano stati pubblicati prima della dipartita della moglie, persino prima che si ammalasse; quindi forse Poe utilizzava queste fantasie per esorcizzare un po' la paura di poter perdere la giovane amata, dando voce a quell'angoscia di abbandono che sicuramente si portava dentro dalle traversie familiari.
In tutti questi racconti vi sono poi caratteri fortemente romantici. Potremmo dire che questa è la parte più romantica della produzione di Poe. Quando dico romantico non intendo sentimentale, ma appartenente al Romanticismo, che in America trova in Poe uno dei suoi maggiori esponenti, sebbene si collochi tra gli anni '30 e '40 dell'800 (vale a dire un po' tardino...). Sono molti i dettagli tipicamente romantici: prima di tutto l'ambientazione cupa e inquietante, portata in auge dal romanzo gotico nato a metà 1700 e diventato uno dei generi più venduti della letteratura di primo Ottocento; inoltre il rapporto di empatia tra il protagonista e la natura, che ne riflette gli stati d'animo, l'esaltazione delle emozioni e delle sensazioni, anche delle più torbide e disturbanti, il gusto esotico e il sincretismo di gotico e orientale nell'architettura e nell'arredamento, nonché l'intervento di fenomeni paranormali e soprannaturali.

[Beware! SPOILERS ahead!]


"Man doth not yield him to the angels, nor unto death utterly, save only through the weakness of his feeble will."




("L'uomo non si arrende agli angeli né si fa vincere dalla morte se non per la debolezza della sua misera volontà.")

"Ligeia" è forse uno dei racconti più famosi, in questo senso, ed è sempre riportato nelle antologie come uno dei più chiari esempi dello stile di Poe. Ci sono tutti gli ingredienti sopra citati, o quasi: una giovane (?) donna amata, il palazzo gotico dagli arredamenti inquietanti, la morte, il soprannaturale. In questo racconto Poe affronta il tema della metempsicosi e della reincarnazione. Dal mio punto di vista è un racconto sorprendente perché, nel suo essere lugubre e a tratti terrificante, Ligeia è un inno all'amore che non muore, alla forza che spinge un'anima a sconfiggere la morte per ritornare al mondo.
Imperdibili, in questo racconto, le descrizioni degli interni del palazzo in cui il protagonista vive. Poe ha un gusto e una precisione per i dettagli che incanta e lascia sbalorditi. Probabilmente non piacerà a chi non ama questo tipo di narrazione, così ricca di particolari, ma è un dato di fatto che l'autore è capace di far visualizzare ogni centimetro della camera da letto matrimoniale, dalle finestre ai tessuti che adornano il letto.

"The undue, earnest, and morbid attention thus excited by objects in their own nature frivolous, must not be confounded in character with that ruminating propensity common to all mankind, and more especially indulged in by persons of ardent imagination. It was not even, as might be at first supposed, an extreme condition, or exaggeration of such propensity, but primarily and essentially distinct and different. In the one instance, the dreamer, or enthusiast, being interested by an object usually not frivolous, imperceptibly loses sight of this object in a wilderness of deductions and suggestions issuing therefrom, until, at the conclusion of a day dream often replete with luxury, he finds the incitamentum, or first cause of his musings, entirely vanished and forgotten. In my case, the primary object was invariably frivolous, although assuming, through the medium of my distempered vision, a refracted and unreal importance. Few deductions, if any, were made; and those few pertinaciously returning in upon the original object as a centre. The meditations were never pleasurable; and, at the termination of the reverie, the first cause, so far from being out of sight, had attained that supernaturally exaggerated interest which was the prevailing feature of the disease. In a word, the powers of mind more particularly exercised were, with me, as I have said before, the attentive, and are, with the day-dreamer, the speculative." 

("L'attenzione eccessiva, continua, morbosa, così suscitata da oggetti frivoli per loro natura, non deve essere confusa con l'inclinazione a rimuginare, comune a tutta l'umanità, e nella quale si compiacciono soprattutto le persone di immaginazione ardente. Non era neppure, come si potrebbe a tutta prima supporre, una condizione estrema, o una esagerazione di tale inclinazione, ma primariamente ed essenzialmente distinta e diversa. Nel primo caso il sognatore o entusiasta sentendosi attratto da un oggetto solitamente non frivolo perde a poco a poco di vista questo oggetto in un pelago di deduzioni e di ipotesi da esso oggetto scaturite, sino a che al termine di un sogno a occhi aperti spesso impregnato di esuberanza si accorge che l'incitamentum o causa prima del suo fantasticare è del tutto svanito e dimenticato. Nel caso mio l'oggetto primario era invariabilmente frivolo, pur assumendo, attraverso il mezzo della mia fantasia malata, un'importanza irreale e rifratta. Scarse erano sempre le mie deduzioni, e queste poche ostinatamente ritornavano sempre all'oggetto originale come fulcro.
Queste mie meditazioni non erano mai piacevoli, e al termine della visione la causa prima, lungi dall'essere stata perduta di vista, aveva raggiunto quell'interesse preternaturalmente eccessivo che costituiva il carattere prevalente della malattia. In una parola i poteri della mente da me più particolarmente esercitati ed acuiti erano, come già ho detto, quegli attenti, mentre nel sognatore ad occhi aperti si esaltano soprattutto i poteri speculativi.")

Anche "Berenice" tratta di una forma d'amore, a suo modo... Lo scrittore qui abbandona il soprannaturale per immergersi nell'orrore della mente umana, delle psicosi che la possono affliggere, e ce ne presenta una in particolare: la monomania.
Le descrizioni di Poe in merito agli stati d'animo e mentali sono complesse, spesso contorte, per nulla di facile comprensione, perché quest'uomo era di una cultura immensa; tuttavia sono intrise di una poesia e di una musicalità avvolgenti. Mi spiace per chi non parla molto bene l'inglese e quindi non potrà apprezzarne l'eloquio in lingua originale.
[Nota fastidiosa della prof: ci sono persone che sostengono Poe sia una letturina facile, consigliabile agli studenti delle superiori come uno dei primi scrittori da affrontare in lingua originale. Ecco, magari no. Posso dare una dozzina di altri nomi, ma il buon senso direbbe non Edgar Allan Poe.]
Tornando a "Berenice", questo racconto si focalizza proprio sulla descrizione dei sintomi di questa monomania, di questa fissità di pensiero patologica e che può rivelarsi pericolosa. Dall'altra parte c'è appunto Berenice, l'amata cugina, bellissima e tragicamente malata. Con questo racconto veniamo introdotti anche a un'altra delle fissazioni di Poe, che torna ogni tanto a  far capolino tra le pagine: la morte apparente, o meglio qualsiasi disturbo che causi nel malato stati comatosi facilmente confondibili, all'inizio dell'800, con uno stato di morte. 
Non dico altro, ma mi è rimasta impressa nella mente fin dalla prima lettura l'angoscia della progressiva realizzazione dell'orrore, che culmina sul finale con l'apertura del cofanetto...

"She was a maiden of rarest beauty, and not more lovely than full of glee. And evil was the hour when she saw, and loved, and wedded the painter. He, passionate, studious, austere, and having already a bride in his Art; she a maiden of rarest beauty, and not more lovely than full of glee; all light and smiles, and frolicsome as the young fawn; loving and cherishing all things; hating only the Art which was her rival; dreading only the pallet and brushes and other untoward instruments which deprived her of the countenance of her lover. It was thus a terrible thing for this lady to hear the painter speak of his desire to portray even his young bride." 

("Era una fanciulla di rara bellezza, e non meno gioconda che leggiadra. E malaugurata fu lora in cui vide, amò e sposò il pittore. Lui, appassionato, studioso, austero, già aveva una sposa nella sua Arte; lei, fanciulla di rarissima bellezza, era di una giocondità pari alla sua leggiadrìa: tutta luce e sorrisi, e scherzosa come una cerbiatta: piena damore e di cura per tutte le cose, odiava soltanto lArte come sua rivale: temendo solo tavolozza e pennelli e altri ostici arnesi che le toglievano la presenza del suo amato. Fu quindi terribile per questa signora sentir parlare il pittore del suo desiderio di ritrarre anche la propria giovane moglie.")

"The oval portrait" ("Il ritratto ovale") è il terzo racconto su cui vorrei porre la mia attenzione. E' una storiella molto molto breve e sicuramente più snella rispetto alle precedenti anche per complessità emotiva e psicologica. Ciononostante trovo importante darle rilievo per la tematica principale: il potere soprannaturale dell'Arte. Protagonisti di questa storia nella storia, perché il narratore fa un po' da cornice al racconto vero e proprio, sono un pittore e la sua giovane, bellissima e devota sposa.
Chiunque abbia letto "Il ritratto ovale" DEVE aver notato la risonanza con un'altra grande opera di qualche anno posteriore... Sto parlando, naturalmente, di "Il ritratto di Dorian Gray". C'è un filo rosso che collega palesemente queste due opere, perché entrambe elaborano lo stesso concetto: la capacità di un ritratto di assorbire l'anima stessa di una persona. Qui la tematica è sviluppata in modo molto ridotto e semplice, mentre Wilde ne farà un romanzo assai più complesso, ma il fondamento è lo stesso. Visto che Wilde, che aveva anche viaggiato in America, non poteva non conoscere e aver letto Poe, ritengo piuttosto probabile che questa storia sia stata in parte fonte d'ispirazione per il grande scrittore irlandese.

[End of SPOILERS!]

Questo ciò che mi rimane dei primi cinque racconti della raccolta. 
Anzi no. Ancora una cosina, una chicca in cui sono inciampata preparando la lezione per i miei allievi.
Ci sono attori che hanno saputo dare voce alla letteratura in modo superbo, a volte proprio perché ne incarnavano anche il carattere. Uno di questi è Christopher Lee, compianto interprete di tanti cattivissimi del cinema ma anche doppiatore e lettore di audiobook. Qualche anno fa il buon Christopher prestò la propria voce ad alcune grandi opere di Poe, tra cui uno dei racconti citati sopra: "The Fall of the House of Usher". Utilizzando proprio questa sua registrazione, è stato creato un corto di animazione che si può vedere su Youtube. Non so se ne esista la versione in italiano, io ho trovato quella in inglese, che è l'unica che conta visto che si parla della voce di Christopher Lee!


Certo, questa realizzazione toglie un po' il sapore di mistero dal racconto, che molto lascia anche all'immaginazione e all'ambiguità: Usher e il narratore saranno preda di allucinazioni oppure no? C'è un'entità paranormale al lavoro? Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una morte apparente?
Ciononostante il risultato secondo me merita davvero e mi ha reso forse più fruibile un racconto che mi ha sempre lasciata un po' indifferente.

venerdì 28 luglio 2017

60. Walter Siti - Bruciare tutto

Più riguardo a Bruciare tuttoDi questo romanzo si è tanto parlato, perché il tema - scabroso - ha infiammato la folla. Inutile girarci attorno, perché ormai lo sanno tutti: per quanto l'autore, Walter Siti, cerchi di nascondere questo dettaglio fino a circa un terzo del romanzo, il protagonista, don Leo, è un prete pedofilo. Quindi si parla di pedofilia... ma non solo.
Certo è che scrivere un romanzo del genere ha destato qualche sospetto e molte critiche. La letteratura può davvero parlare di tutto? Non ci sono degli argomenti tabù che è meglio non affrontare? Non si può mettere un limite a ciò che viene raccontato? La risposta scaturita dal dibattito è, ovviamente, no: la letteratura non ha limiti, può dire tutto ciò che vuole e raccontare qualsiasi cosa, anche le più perverse e dolorose.

Io credo che il grande scandalo sia nato, nella maggior parte delle persone, dal fastidio di sentirsi una pelle sporca addosso. Cerco di spiegarmi meglio. Walter Siti ci racconta la storia di questo giovane prete, poco più che trentenne, un uomo profondamente caritatevole, che si impone quotidianamente sofferenze e deprivazioni e che prega fervidamente, parlando con dio. Si percepisce chiaramente che quest'uomo è tormentato, che qualcosa lo rode e che per questo cerca quasi di ripagare l'umanità con la propria dedizione. La narrazione salta tra i protagonisti, soprattutto nell'ultima parte, ma per i primi capitoli è incentrata su di lui, ce ne mostra i pensieri, i momenti di grande solitudine, i timori e le insicurezze... Insomma, è difficile non provare un po' di empatia per questo giovane, se si legge con trasporto. Poi, al capitolo 3, sgancia la bomba: BUM, pedofilo. E il lettore si sente quasi colpevole, perché ha empatizzato con un uomo perverso, malato, che fa del male ai bambini o almeno sogna di farlo, e ci si sente un po' sporchi davvero. Come se solo intenerendosi per lui ci si fosse mostrati compiacenti, complici. Questo però è anche la forza del romanzo, da cui non si può sfuggire, che ci costringe a confrontarci con tematiche scomode che rifuggiremmo volentieri.

Non è l'unica tematica affrontata dall'autore in questo romanzo. Si parla molto di immigrazione e delle difficoltà di integrazione, del confronto tra Islam e Cristianesimo, di violenza domestica, del rapporto tra omosessualità e Chiesa. E poi della vita dei preti, uomini come gli altri, con le loro idiosincrasie e difficoltà ma profondamente soli, che finiscono per cercare conforto in ciò che non dovrebbero avere: le braccia di una donna, un bicchiere di alcool, la pornografia. E' un libro che scopre molti nervi, che mette molta, forse troppa carne al fuoco: sì, anche troppa, perché nel sovrapporsi di tematiche così pesanti si genera un turbinio caotico (ma non è forse così la vita?) che, nel mio caso, ha finito un po' per anestetizzarmi. E quindi ho iniziato a non dispiacermi più tanto per i dolori dei vari protagonisti e col passare delle pagine mi sono un po' annoiata anche dello struggimento di padre Leo.

Questo è il primo libro di Walter Siti che leggo e non so se sia il suo modo di scrivere, ma non è un autore facile. Attenzione, con ciò non intendo né noioso né ermetico, ma complesso. Siti è un uomo colto e non manca di farcelo notare, con citazioni e riferimenti spesso, ma non sempre, spiegati in nota. Usa una lingua sincretica, che mischia italiano e inglese, ricreando quell'Italenglish tanto in voga nella Milano bene che fa da protagonista alla storia, ma inserendo anche frasi e commenti in dialetto milanese (che spero i non avvezzi possano comprendere). Inoltre padre Leo si rivela un uomo estremamente contorto nella forma mentis, oltre che nella sessualità, e le sue riflessioni, i suoi pensieri e il filo dei suoi ragionamenti è difficile da seguire. Insomma, bisogna aver voglia di leggerlo, 'sto romanzo, perché è tutt'altro che una passeggiata.

Se c'è una cosa che mi ha lasciata abbastanza indifferente e perplessa è proprio il finale. Chi si aspetterebbe una bella morale rimarrà deluso: sembra che il messaggio finale sia "Se il destino ci mette lo zampino anche resistere alla pedofilia può distruggere la vita di un bambino". Vabbè, diciamo che forse i problemi del bambino in questione erano altri, a cui non serviva la ciliegina della pedofilia. Ma non dico altro per non spoilerare.

Nel complesso è un romanzo interessante, che inizia in sordina ma cresce di tensione col passare dei capitoli, ma non è riuscito mai a catturarmi del tutto. Racconta una serie di drammi complessi ma fallisce un po' nell'approfondimento, rimane tutto un po' in superficie e io ho sentito un senso di incompletezza nell'arrivare in fondo. Inoltre il protagonista, con l'avanzare della storia, diventa sempre più farneticante, per cui alla fine non vedevo l'ora di mettere un punto alla storia. Il problema forse, nel suo caso, non era la pedofilia in se stessa, ma proprio un disturbo mentale grosso come un tir. Non posso dire che il romanzo non sia piacevole, perché l'ho letto volentieri e non mi ha propriamente deluso, ma non è entusiasmante, non mi ha aperto grandi finestre mentali e non mi ha lasciato granché. L'ho anche trovato un po' dispersivo, con troppi personaggi buttati nel calderone che poco contribuiscono alla trama e che creano per lo più confusione.
Assolutamente sconsigliato a chi è sensibile al tema della pedofilia e a chi si impressiona, soprattutto chi ha bambini piccoli: qualche descrizione c'è e potrebbe turbare. Per tutti gli altri una lettura che può essere interessante ma non certo un capolavoro. Discreto.

lunedì 17 luglio 2017

59. Antonia Arslan - La Masseria delle Allodole

Più riguardo a La masseria delle allodoleDopo un turco che racconta l'Italia, ho pensato di leggere il libro di una donna italiana che squarcia un velo sulle atrocità avvenute in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale. "La Masseria delle Allodole" è un romanzo autobiografico di Antonia Arslan pubblicato nel 2004, che racconta il genocidio degli Armeni del 1915. Possiamo definire questo romanzo autobiografico nonostante la scrittrice non fosse nemmeno nata all'epoca, perché questa è la storia della famiglia Arslanian, delle sue origini, di suo nonno Yerwant che si salvò soltanto perché tanti anni prima aveva trovato una nuova casa in Italia, a Padova.

Quello del genocidio armeno è un tema molto discusso, poiché nonostante le testimonianze (poche, è vero, perché quando i sopravvissuti sono pochi è difficile trovare racconti di prima mano, e il regime ha agito con accuratezza nel tappare la bocca a coloro che mostrarono compassione per il popolo armeno all'indomani della guerra) e l'esistenza persino di fotografie rubate da coraggiosi giornalisti europei, il negazionismo è forte a livello storico e politico. La Turchia ha addirittura legiferato in tal senso e ad oggi è illegale utilizzare il termino "genocidio" in riferimento agli Armeni. Alcuni storici cavillano sulla definizione di genocidio e sulle intenzioni più o meno manifeste del governo turco dell'epoca. Tutto molto bello e sono certa di grande valore filologico, ma la realtà rimane la stessa: nel 1915, nel giro di pochi mesi, la popolazione armena residente in Turchia fu brutalmente attaccata. I maschi adulti furono eliminati subito, mentre le donne e i bambini furono costretti a mettersi in viaggio verso i confini dell'Impero Ottomano, soprattutto verso sud, dove si trova la Siria. Coloro che sopravvissero alla fatica e alle malattie, alle violenze e alle esecuzioni sommarie, alla fame e alla sete del viaggio attraverso il deserto, furono infine giustiziati e i loro corpi abbandonati. E' la storia di uno sterminio vero e proprio, che ha portato alla morte di migliaia, forse milioni di uomini, donne e bambini.
Non è chiaro il motivo per cui l'impero turco, nel bel mezzo di una guerra mondiale, si sia messo a massacrare parte della popolazione; ci sono molte teorie in merito, opinioni discordanti. Sicuramente gli Armeni erano cristiani in un territorio a maggioranza turca e quindi musulmana, che da qualche tempo covava il sogno di un grande stato nazionalista di cui gli Armeni non potevano essere parte integrante. Sicuramente la Turchia temeva rivoluzioni interne appoggiate dalla Russia, all'epoca avversaria in guerra, e gli Armeni avrebbero potuto essere la miccia di una guerra civile. Sicuramente tra gli Armeni c'erano famiglie ricche e rispettate, i cui beni furono incamerati dallo stato e ridistribuiti tra i cittadini turchi e curdi, con grande guadagno del governo. Sicuramente gli Armeni erano un bersaglio già noto all'Impero Ottomano, visti i precedenti dei massacri hamidiani, ma non l'unica spina nel fianco, visto che dopo di loro fu il turno di Assiri e Greci. Tutto questo e molto altro è stato negli anni valutato e documentato e si possono trovare molti articoli istruttivi sul web, ad esempio questo.
Forse chi si avvicina a questo romanzo ha l'idea di farsi una cultura proprio su questa tragedia storica e si aspetta di trovare dissertazioni sulle motivazioni storiche e le ricadute culturali e sociali dell'accaduto. Per questo credo che alcuni rimangano delusi, perché ad Antonia Arslan tutto questo interessa davvero poco. Ciò che conta, per l'autrice, è ricostruire la storia della propria famiglia così com'è, senza aggiungere lazzi e approfondimenti, senza renderla l'esperienza universale di un popolo, ma anzi focalizzando la narrazione solo ed esclusivamente su di loro, gli Arslanian.

Farò riferimento a qualche critica letta in giro per il web volta a questo libro.
C'è chi ha trovato lo stile dell'autrice povero, asettico, pieno di pecche stilistiche. A me lo stile narrativo di questo romanzo invece è piaciuto molto, l'ho trovato particolare ed evocativo nel suo essere asciutto, stringato. D'altronde non penso che una scrittura ampollosa o frizzante sarebbe stata adatta a raccontare una storia come questa. Mi spiace per coloro che hanno trovato questo libro noioso e pesante; per me l'esperienza è stata diametralmente opposta.
Un'altra critica rivolta all'autrice è la mancanza di suspense. La Arslan ha, come tratto caratteristico del suo narrare, l'abitudine ad anticipare ciò che accadrà, accennando con mezze parole alla fine di ciascun personaggio della storia. Per me questo è stato uno dei motori del romanzo: sapevo che sarebbe finito male (in verità, non tanto male, ma il lieto fine è un'altra cosa...), sapevo di dovermi aspettare morte e devastazione da un momento all'altro, l'autrice me l'aveva anticipato...ma ad ogni pagina che passava senza che la tragedia si compiesse la mia ansia cresceva. Leggevo con l'angoscia di sapere come e perché si sarebbe arrivati al peggio, ma con quel timore con cui si guarda un horror che fa paura, coprendosi il viso nelle scene più macabre. Ancora una volta potrei sbagliarmi, ma dubito che la scrittrice volesse creare un thriller o una storia di avventura carica di dramma e mistero. La verità, la vita, è quella che è e non ha bisogno di essere trasformata in un pappone adrenalinico.
E' importante, secondo me, che il lettore si disponga a leggere questo libro con in mente ben chiaro l'intento dell'autrice. Non credo che Primo Levi abbia scritto "Se questo è un uomo" con l'intento di intrattenere... Lo stesso vale per "La Masseria delle Allodole".

La storia inizia in un paesino non meglio definito della Turchia, nell'agosto del 1914. La famiglia Arslanian è una famiglia agiata e florida di Armeni, che si stringono attorno al patriarca Hamparzum, vecchio e ormai morente. Dopo la sua dipartita sarà Sempad, suo figlio, a prendere le redini della famiglia. Non è il primogenito, ma suo fratello maggiore Yerwant vive in Italia da quando aveva 13 anni: è un medico affermato, ha sposato un'italiana con cui ha creato una famiglia numerosa e non ha nessun motivo per tornare in patria. Attorno a Sempad si stringe la cerchia delle donne: la matrigna ormai anziana, le sorelle minori Azniv e Veron, la bella moglie Shushanig e i tanti figli. Vivono in pace con tutti, lavorando onestamente, e l'orgoglio di famiglia è una casa di campagna che Sempad non vede l'ora di rimettere in sesto, come una vera residenza moderna e occidentale: la Masseria delle Allodole.
Da quei giorni di fine estate inizia il conto alla rovescia che porterà alla distruzione della famiglia e alla morte della maggior parte dei suoi membri. Antonia Arslan segue le vicende di ciascuno dei personaggi senza mai approfondire troppo, scivolando costantemente dall'uno all'altro, cercando di donare così una visione d'insieme chiara ma mai troppo personalizzata. E' il calore della cerchia familiare e il dolore della separazione, che l'autrice vuole farci sentire, la perdita della casa e dell'amore, delle proprie radici. Potrebbe insistere su un solo personaggio, la bella Azniv ad esempio, giovane donna armena volitiva e indipendente, che non sa se la sua infatuazione per un soldato turco è vero amore. Tuttavia non lo fa, perché il fine ultimo non è l'empatia con una sola figura, ma con l'intero gruppo.
Nel corso del romanzo molti moriranno di morti orribili e violente. Non è un libro facile, da leggere per passare il tempo. E' un libro che scava, che lascia un segno e porta a riflettere. Però c'è speranza.
La speranza dei bambini che riusciranno ad arrivare in Italia e a sopravvivere. La speranza dell'aiuto inaspettato che viene dall'esterno, dai turchi che non riescono a nascondere la testa sotto la sabbia o che si pentono di averlo fatto, dai greci che sanno di avere i giorni contati, o semplicemente da chi ama i soldi più del sangue. E' un romanzo duro ma non disperato. In fondo Antonia è esistita e ha avuto la voce per raccontare il passato; di questa infusione di ottimismo per il futuro ne sentiamo tutti il bisogno.

Esiste un film tratto da questo libro, di produzione italiana, con lo stesso titolo. L'ho guardato appena finito il romanzo e, ahimè, non mi ha soddisfatto per nulla. E' difficile rendere sullo schermo una storia così dolorosa e il taglio cinematografico ne edulcora sempre qualche aspetto, rendendola meno incisiva, meno struggente. Mi dicono che tutta quella violenza non avrebbe funzionato in un film, che si trova soltanto in produzioni splatter horror. Peccato che la realtà in questo caso fosse proprio horror.
Esiste anche un seguito, intitolato "La strada di Smirne", che segue i protagonisti sopravvissuti durante la conclusione del lungo viaggio per la salvezza e racconta poi le stragi dell'incendio di Smirne del 1922, ad opera di Mustafa Kemal Atatürk. Non ce l'ho, non l'ho letto e non ne ho sentito parlare altrettanto bene, quindi non credo lo leggerò, ma sarò ben felice di sentirne qualche recensione.

Quando ho messo Italia e Turchia come Paesi di origine di questo romanzo mi sono sentita un po' in colpa. Per un po' mi sono chiesta se non avrei fatto meglio ad inserire Armenia al posto di Turchia. L'Armenia però qui non c'entra niente, perché gli efferati massacri di cui ci parla "La Masseria delle Allodole" sono avvenuti in territorio turco e fanno parte della storia di quel Paese, che a loro piaccia oppure no.
Questo romanzo andrebbe letto, non per le incredibili doti letterarie di Antonia Arslan né per passare qualche ora emozionante, ma perché la storia si ripete ancora e ancora, l'oggi è figlio di quel passato prossimo e certi avvenimenti non possono e non devono essere negati. Il genocidio armeno, la morte di più di un milione di persone, non va dimenticato, ma trasmesso, insegnato ai nostri figli, ricordato sui banchi di scuola tra le grandi tragedie del XX secolo. Leggiamo libri come questo, ogni tanto. Rimaniamo umani.

mercoledì 12 luglio 2017

58. Sei la mia vita - Ferzan Özpetek


E' solo quando riesci a mettere radici in un luogo che puoi davvero andare lontano. Perché sapere da dove vieni ti aiuta a tenere a mente chi sei, ovunque ti trovi.

Come definire questo libro? Un'autobiografia romanzata? Un romanzo con forti componenti di vita reale? E poi, possiamo davvero definire questo lungo monologo, questa narrazione in prima persona dedicata alle orecchie senza nome dell'amore dell'autore, un romanzo?

Ho comprato questo libro in seguito ad una recensione positiva trovata su Facebook. Sì, probabilmente non la fonte più affidabile del mondo, ma quale recensione lo è, dal momento che ognuno di noi ha gusti e necessità diverse? In verità quella recensione non ha fatto altro che accendere la mia curiosità: non avevo mai sentito parlare di questo libro e mi ha subito spinto a fare qualche indagine. Conoscevo Özpetek come regista, naturalmente, e sapevo che aveva pubblicato un primo libro, "Rosso Istanbul", da cui aveva poi tratto un film. Questo me l'ero perso.

Le prime righe della presentazione mi hanno convinto. Özpetek è abbastanza famoso anche per le proprie tematiche LGBT, che ha avuto il coraggio di esporre sul grande schermo italiano quando ancora l'Italia non sapeva nemmeno cosa fosse un Gay Pride, quasi. Questo libro, "Sei la mia vita", si riallaccia a queste tematiche. Niente di spinto né di erotico in senso stretto, anzi; l'autore è estremamente delicato nell'affrontare il tema dell'amore omosessuale e non, ma il protagonista ama un uomo, e questo è un dato di fatto. Uomo avvisato, mezzo salvato: chi non gradisce eviti di leggerlo, prego!

Come dicevo, non si può dire che questo libro sia un romanzo, perché tre quarti delle cose raccontate vengono dirette dirette dalla vita del regista, trasformandolo praticamente in un'autobiografia. E il quarto che avanza? Ecco, è quello che mi ha spiazzato. Perché in mezzo a tutta questa vita vissuta Özpetek ci ha infilato qualcosa che invece non c'entra niente, che è totalmente inventato e che conduce al finale del libro. Quindi come andrebbe considerato?
Questo libro mi ha destabilizzato davvero. Ho avuto un momento di crisi iniziale, quando mi sono resa conto che non stavo leggendo un romanzo, ma la vita dell'autore stesso. Ho dovuto reimpostare le mie antennine letterarie, perché leggere una storia vera, intima, non è come sognare o immergersi nell'inventato, nel frutto di una fantasia. E' più delicata, la realtà, ha diritto a un maggior rispetto e fa anche più male. Mi sono dunque avventurata nella vita del regista con occhi nuovi e ciò che ho visto mi è piaciuto, mi ha divertito, mi ha emozionato...finché non ho capito che il personaggio dell'uomo amato era inventato. Questo mi ha fatto un po' crollare il trasporto e la voglia di continuare a leggere.

Torniamo un attimo indietro, però, alla storia. Si comincia in medias res, con il protagonista e narratore, un regista di successo di origini turche ma ormai residente in modo stabile in Italia, alla guida di un'auto diretta chissà dove, tra le montagne. Al suo fianco il compagno amato, colui a cui è dedicato tutto il libro. E' per lui che il regista, mentre guida, racconta la storia della propria vita in Italia, per dirgli attraverso lunghe catene di ricordi più o meno legati alla loro storia d'amore "Tu sei la mia vita".
La scusa è un po' farlocca, si vede subito. Özpetek voleva narrarci a modo suo gli anni '70 e '80 a Roma, la comunità omosessuale dell'epoca, le esperienze e i cambiamenti, le piccole tragedie personali e le grandi soddisfazioni. Aveva bisogno di una scusa per farlo e sceglie questa modalità monologo/lettera aperta che a tratti è un po' pesante e forzata, ma lo stile agile dell'autore (dubito che il libro sia tutta farina del sacco di Özpetek, mi pare scriva troppo bene in italiano...) aiuta a dimenticare la cornice e a godere delle singole scene, come degli episodi di una fiction ambientata in via Ostiense a Roma.

Io non so molto di Özpetek e della sua vita, non mi sono mai interessata ai suoi gusti, alle sue fonti di ispirazione. Ciononostante chiunque legga questo libro non potrà più avere alcun dubbio: Özpetek scrive e racconta sempre e solo se stesso. Cambia i nomi, qualche situazione, rimescola gli avvenimenti, ma quella che ricrea con i suoi film è la storia della sua vita. Leggere la prima parte di "Sei la mia vita" è immergersi ne "Le fate ignoranti": si riconosce il condominio, il gasometro che contraddistingue il quartiere, la terrazza su cui pranzare la domenica e l'appartamento col soppalco. Ma sono tante le storie che l'autore ripercorre tra le pagine di questo libro e moltissime sono conosciute, familiari, perché Özpetek le ha già raccontate sullo schermo. Una delle critiche ricorrenti che ho visto fare a questo libro è proprio la banalità, l'effetto di trito e ritrito, la sensazione che Özpetek non abbia nulla di nuovo da dire e continui a mungere la stessa vacca. Non dico che non sia vero, ma a me ha fatto piacere riconoscere i posti e i personaggi che ho conosciuto sul piccolo e grande schermo nella narrazione, questa volta nella loro vera dimensione, cioè di persone e luoghi reali (?). Piuttosto si potrebbe dire che è banale nei film, visto che pesca a piene mani dal proprio vissuto, ma in un libro semi-autobiografico quella è semplicemente la verità...

E così torniamo al punto dolente: la storia d'amore con finale a sorpresa (che poi tanto a sorpresa non è...). Il libro, come dicevo, ha dal mio punto di vista un valore, perlomeno affettivo, se racconta l'esperienza vera di Özpetek. Tuttavia sappiamo per certo che la storia tra il protagonista e il partner non ha nulla a che fare con la realtà. Özpetek si è sposato l'anno scorso, dopo anni di convivenza col compagno Simone. Il finale del libro non si può raccontare, lo so, ma posso dire che non è un matrimonio segreto. Quindi come si dovrebbe interpretare questa intromissione fantastica? Che significato ha la successione di eventi che portano a quel finale? Perché con tutta la buona volontà non riesco a capire. Mi sembra piuttosto che Özpetek abbia scomodato un tema anche doloroso e faticoso per dare un'altra passata di smalto ad una storia che già aveva la consistenza di una caramellina di zucchero. Peraltro il modo in cui tratta il tema in questione è di una superficialità agghiacciante e rischia di smuovere nel lettore sensi di colpa e stuzzicare ferite ancora aperte, quando non se ne sente proprio la necessità.

Alla fine devo dire che il libro mi è abbastanza piaciuto: ben scritto, scorrevole, con uno stile elegante nella sua semplicità ed evocativo nelle descrizioni. Troppo dolce in alcuni passaggi, stucchevole, tanto che ho dovuto inframmezzarci un po' di letture gotiche per smorzare gli zuccheri, ma godibile. Tuttavia rimane il grande ma sul finale. Un libro che non rileggerò e che non mi sento di consigliare, a meno che non si amino le storie smielate.

domenica 9 luglio 2017

57. Morbose fantasie - Jun'ichirō Tanizaki

Più riguardo a Morbose fantasieJun'ichirō Tanizaki è un maestro della scrittura giapponese. Nato nel 1886, sorprende per la modernità delle tematiche, o meglio per la natura scioccante dei suoi scritti. Tanizaki si addentrò con il proprio lavoro nei desideri oscuri dell'uomo, nelle fantasie inconfessabili, nel torbido della libido, concentrandosi soprattutto sul tema del rapporto uomo-donna. Il concetto di amore in Tanizaki è masochistico: l'uomo è sempre in balia di una donna bellissima e crudele, una dea malvagia che può fare di lui ciò che vuole, anche togliergli la vita.
Il romanzo breve "Morbose fantasie", opera giovanile pubblicata a puntate in Giappone nel 1918, non si discosta in questo dal resto della produzione dello scrittore.

I protagonisti sono fondamentalmente due: Takahashi, uno scrittore, persona rispettabile e pragmatica ma pronto a spendersi per gli amici o chi ritiene sia in pericolo, e Sonomura, suo ricco amico dalla passione morbosa per il macabro e considerato da Takahashi sull'orlo della pazzia.
A questi si aggiunge una donna misteriosa, bella seppur imperfetta, perché carismatica, passionale e soprattutto crudele e perversa: Eiko. Ma la bella Eiko apparirà in un secondo momento...

La storia si apre con una telefonata: Sonomura chiama l'amico per chiedergli di andare con lui ad assistere a un omicidio. Inizio inquietante e misterioso, da vero thriller, con tanto di momento investigativo: Tanizaki, che era un grande fan di Edgar Allan Poe, si ispira ad alcuni dei suoi racconti, in particolare alle sue detective stories e a "Lo scarabeo d'oro", citato apertamente da Sonomura nel romanzo. E' proprio durante questa strana ricerca che i due vedono per la prima volta Eiko e ne rimangono folgorati. Inevitabilmente il loro incontro finirà per cambiare la vita di entrambi, in particolare quella di Sonomura.
Proprio Sonomura è, a mio parere, il protagonista della storia, sebbene non ne sia il narratore. Ci viene presentato come un uomo annoiato dalla vita, alla continua ricerca di nuovi stimoli, nuove passioni, e per questo disposto a fare qualsiasi cosa, anche mettere a repentaglio la propria vita. Sonomura incarna secondo me il nucleo morboso dell'opera. Il suo desiderio di evasione e di cambiamento lo rende una persona instabile, un uomo disperato che cerca qualcosa di estremo pur di sentirsi vivo. Per un uomo così, anche la vita perde di senso e diventa un bene come un altro, a cui si può persino rinunciare.

Come dicevo, l'inizio è quasi quello di un giallo ed è a mio avviso molto appassionante. Tanizaki ha uno stile fluido e semplice, eppure ricco di particolari. Se avessimo una mappa di Tokyo di inizio secolo si potrebbero seguire gli spostamenti dei protagonisti passo passo, per quanto il tragitto è dettagliato. Le atmosfere sono innegabilmente giapponesi ma molto moderne; insomma, se non fosse per i progressi tecnologici ci si accorgerebbe a malapena di visitare un Paese vecchio di un secolo.
Tuttavia verso la fine il tono del romanzo cambia e il finale giunge inaspettato, spiazzante e, per me, un po' deludente. Forse è stato il crollo della tensione accumulata, che mi ha annebbiato la mente nel momento in cui i protagonisti fornivano tutte le spiegazioni del caso...

Tanizaki è famoso, come già accennato, per la sua esplorazione delle fantasie sessuali e delle relazioni più morbose. La fantasia centrale, in questa storia, è quella dell'omicidio. Tuttavia si potrebbe dire che ci troviamo di fronte a una serie di scatole cinesi, perché se a prima vista l'incarnazione di tale fantasia malata è Eiko, presto ci si rende conto che Sonomura lo è altrettanto, nel suo smodato desiderio di presenziarvi prima e di esserne protagonista poi. E che dire del narratore, che a sua volta cede alla tentazione di assistere non a uno, bensì a due omicidi, il secondo dei quali con l'amico Sonomura come vittima?
Questo gioco di specchi, questa fantasia nella fantasia, è un po' il trend del romanzo. Anche il tema della follia ha lo stesso sviluppo contorto. Sonomura viene presentato come pazzo, ma presto ci rendiamo conto che la sua lucidità mentale è impressionante, direi superiore a quella di Takahashi, e quelle che si credevano sue illusioni si rivelano fondate. Tuttavia il suo comportamento torna ad essere folle, in un susseguirsi di scelte scellerate che rivelano la verità soltanto alla fine.
Anche il personaggio di Eiko, la trasformista, colei che ammalia, seduce e tradisce, si rivela una sovrapposizione confusa di strati, tra verità supposte, inganni e depistaggi. Femme fatale, personaggio che mai può mancare nelle storie di Tanizaki, ha in questo libro un carattere particolare, più imperniato sulla maschera che porta che sulla sua vera natura di dominatrice.

Arrivati dunque in fondo, posso dire che questo romanzo mi sia piaciuto? Sicuramente è godibile e accattivante; la prima parte scorre e cattura il lettore e la storia è tutt'altro che banale, anzi riserva alcuni colpi di scena. Ciò che non mi ha convinto del tutto è stato il finale, che continua a parermi un po' sottotono rispetto al resto del libro. Insomma, una lettura gradevole che mi ha introdotto ad un autore talentuoso che vorrei conoscere meglio e che approfondirò; ciononostante questo non si può definire un suo capolavoro. Perfetto per una lettura veloce (soltanto 82 pagine!), da divorare tutto in un weekend.

giovedì 22 giugno 2017

56. Agostino - Alberto Moravia

Più riguardo a AgostinoQuesto romanzo è il primo che leggo di Moravia. Conosco quest'autore per fama, ma non avevo mai avvicinato uno dei suoi scritti. "Agostino" mi ha attirato, un po' mi vergogno a dirlo, per la sua brevità prima di tutto. Inoltre la tematica, cioè il passaggio del protagonista dall'infanzia all'adolescenza, mi ha sempre affascinato. Quindi ho deciso che fosse giunta l'ora e l'ho letto tutto d'un fiato.

Non si può davvero definire "Agostino" un romanzo, quanto un racconto lungo (126 pagine), diviso in quattro parti. Il titolo altro non è che il nome del protagonista, un ragazzo di tredici anni di famiglia agiata in vacanza con la madre al mare. Orfano di padre, la madre rappresenta tutto il suo mondo familiare, la sua sicurezza e l'amore incondizionato e puro. Questo finché non arriva una figura maschile ad interporsi tra lei ed Agostino, un giovane per cui la madre cambia atteggiamento e si rivela donna.

"Agostino" è una storia di iniziazioni, di scoperte del mondo e di passaggio dall'innocente ignoranza fanciullesca alla dolorosa e tormentata consapevolezza adolescenziale.
La prima iniziazione è quella sessuale. Agostino, grazie ad un gruppetto di ragazzi del paese, scopre l'amore fisico, carnale, e si rende conto che sua madre è, ahimè, una donna, e pure desiderabile. La tematica edipica è fortissima e trattata magistralmente. Nel momento in cui Agostino scopre il significato dei gesti, degli atteggiamenti e più in generale dei rapporti tra uomo e donna (e di conseguenza della madre col bellimbusto, non a caso entrambi senza nome) si accende dentro di lui qualcosa di mai provato prima, di sconosciuto ed inesplorato. Giunto completamente innocente fino a 13 anni, per Agostino è il momento di fare i conti con le proprie pulsioni sessuali, e ancora prima con le proprie fantasie erotiche. Sì, perché di fisico c'è davvero poco in questo romanzo, mentre molto è pensato, fantasticato, immaginato, come il vedo-non vedo delle vestaglie indossate dalle donne nella storia.
Non concordo con l'introduzione al romanzo, che vede Agostino andare "pericolosamente vicino al desiderio edipico": Agostino nel desiderio edipico ci sguazza fino al collo, ed è proprio questo il suo tormento e la fonte del suo malessere. Una volta presa consapevolezza del fatto che la madre è una donna e come tale desiderabile e desiderosa di contatto sessuale a sua volta, Agostino lavora con tutte le sue forze per cercare di mettere tra loro una barriera, una distanza che gli restituisca la serenità.

Gli pareva che il giorno in cui non avesse visto in sua madre che la bella persona che ci scorgevano il Saro e i ragazzi, ogni infelicità sarebbe scomparsa; e si accaniva a ricercare le occasioni che lo confermassero in questa convinzione. Ma con il solo risultato di sostituire la crudeltà all'antica riverenza e la sensualità all'affetto.
La madre, come in passato, non si nascondeva in casa dai suoi occhi di cui non avvertiva lo sguardo cambiato; e maternamente impudica, pareva ad Agostino che quasi lo provocasse e lo ricercasse. [...] Si ripeteva "Non è che una donna," con un'indifferenza obbiettiva di conoscitore; ma un momento dopo, non sopportando più l'inconsapevolezza materna e la propria attenzione, avrebbe voluto gridarle: "Copriti, lasciami, non farti più vedere, non sono più quello di un tempo."

Agostino cerca per tutto il romanzo, invano, di esorcizzare questa nuova sessualità. Alla fine dovrà accettare che non è giunto ancora il momento, per lui, di viverla attivamente, ma dovrà sopportare il peso di queste fantasie per il resto della sua adolescenza.

Gli artefici del cambiamento in Agostino sono una banda di ragazzotti di Viareggio, dove lui sta trascorrendo le vacanze. Il gruppo è quanto di più dissimile da ciò che lui è e dal mondo in cui normalmente vive, in cui è cresciuto e di cui fa parte. Sono villani nel senso più letterale, paesani rozzi e violenti. Sono ragazzi delle classi sociali più basse. Agostino non aveva mai trascorso del tempo con ragazzi come questi, prima, e vive una costante contrapposizione di sentimenti: li disprezza, li trova sporchi, rudi e volgari, inferiori, eppure desidera stare con loro, diventare uno di loro, partecipare ai loro giochi, ai loro divertimenti. L'imbruttimento di Agostino, la maschera che sceglie di indossare nella speranza di essere accettato, cosa che non avverrà mai, è la seconda iniziazione all'interno del libro. In quanto bambino non aveva mai pensato che altri fanciulli della sua età potessero essere diversi. Non aveva mai preso in considerazione la vita di chi non era fortunato come lui, perché non sapeva nemmeno esistesse un'altra vita. Non è un'esistenza che gli piace davvero, perché spesso la sua tentazione profonda è di allontanarsi anche dai pari, ma essi sono qualcosa di diverso e lo straniamento che prova in loro compagnia lo distrae un po' dal disagio che vive in casa.
Moravia descrive questi ragazzi con un occhio critico che rivela un certo disgusto, un senso dell'inferiorità di questa masnada di adolescenti.

Erano, contro lo sfondo delle canne verdi in parte bruni e in parte bianchi, di una bianchezza squallida e villosa, dall'inguine fino ala pancia; e questa bianchezza rivelava nei loro corpi quel non so che di storto, di sgraziato e di eccessivamente muscoloso che è proprio della gente che fatica manualmente.

Leggendo descrizioni come queste ho pensato a Pasolini e a "Ragazzi di vita" che lessi un paio d'anni fa. Là gli stessi ragazzi venivano descritti con simpatia e un velo di desiderio, qui Moravia li presenta come fisicamente menomati dalla propria condizione sociale, quasi che il ceto si trasmettesse per via genetica.

Infine c'è una terza iniziazione brutale per Agostino: la presa di consapevolezza del male. Fino a quel momento Agostino era stato chiuso nella sua bolla di cristallo, protetto dalle brutture, dalla scorrettezza, da chi avrebbe anche voluto fargli del male. Invece scappando dal grembo materno trova una compagnia di ragazzi che rubano, che mentono sfacciatamente, che si picchiano e sono pronti a umiliarlo senza un vero perché, se non per divertirsi. Scopre la deformità fisica, il mondo della prostituzione, la trasgressione del fumo e dell'alcool e subisce le attenzioni di un pederasta. Agostino è sconvolto da tutte queste brutture, soprattutto dall'ultimo evento, che lo imbarazza e gli attira le beffe dei compagni; tuttavia ne è attratto, come se se ne volesse immergere completamente, perché sente che questo passaggio lo renderà uomo.

La conclusione ha un che di doloroso per il ragazzo: dovrà prendere atto della fine della propria spensierata fanciullezza e dell'inizio di un'età più dolorosa e cupa: l'adolescenza. Moravia presenta magistralmente questo periodo della vita come una fase di passaggio, di trasformazione, in cui si smette di essere bambini, si scopre il brutto del mondo e il disagio di essere se stessi, ma ancora non si è adulti e non si può vivere come si vuole, liberi di esplorare e costruirsi un'identità. Da qui, dalla consapevolezza degli anni che dovranno passare prima di essere riconosciuti come adulti, nasce il tormento adolescenziale. C'è un unico lato positivo: se, come Agostino, si ha il coraggio di alzare la voce e chiedere al mondo di riconoscerci come nuovi, diversi, il mondo potrebbe ascoltarci e iniziare a trattarci da uomini e non da bambini.

Questo romanzo fu pubblicato da Moravia nel 1945, anche se fu scritto qualche anno prima, durante il fascismo, quando lo scrittore subì una censura totale da parte del regime. E' la prima opera di quest'autore che leggo e so che non ebbe lo stesso incredibile successo di romanzi quali "Gli indifferenti" o "La romana", ma come primo contatto direi che è stato perfetto. Un libro veloce, godibile, che a tratti mi ha ricordato l'atmosfera soffocante di "Morte a Venezia" di Mann e che in poche pagine è stato capace di mettere in scena una metamorfosi coinvolgente nel suo dolore.

venerdì 16 giugno 2017

55. The Circle - Dave Eggers

Più riguardo a The CircleSiamo tutti in rete, tutti interconnessi tramite internet, i social, le app. Ma qual è il limite accettabile al potere che questi strumenti possono avere sulla nostra vita?
In poche parole il fulcro del romanzo "The Circle" di Dave Eggers, portato recentemente alla ribalta dalla versione cinematografica con Emma Watson e Tom Hanks, si può riassumere così. L'autore si immagina un mondo del futuro più prossimo (oserei dire che il romanzo, pubblicato nel 2013, già puzza un po' di vecchio guardando lo sviluppo che ha avuto la tecnologia digitale...) in cui una grande azienda, il Cerchio appunto, ha stravolto il concetto di web e di identità digitale con una serie di fortunatissime e utilissime (all'apparenza) invenzioni. Le app del Cerchio sono così diffuse che ormai la ditta ha soppiantato i vecchi mostri sacri di internet, come Google e Facebook, e incamera un fatturato disgustosamente elevato, che l'azienda spende (in apparenza) nella ricerca e per innalzare lo stile di vita dei propri dipendenti.
La protagonista, Mae Holland, è una ragazza giovanissima, da poco laureata in una università prestigiosa ma condannata ad una vita noiosa e deprimente nel tran tran della propria cittadina, dove ha un lavoro d'ufficio mal pagato e poco soddisfacente. La sua vita però sembra essere ad una svolta quando Mae, per disperazione, chiede aiuto alla sua vecchia amica e coinquilina Annie, ora un pezzo grosso all'interno del Cerchio, al fine di ottenere un lavoro per il colosso del web. Quando Mae ottiene il lavoro non può credere alla propria fortuna e si dedica anima e corpo a questa nuova avventura, ansiosa di dimostrarsi degna di questo onore. Ma poco alla volta dovrà anche prendere coscienza di quanto il Cerchio chieda sempre più spazio anche alla sua vita privata...

La trama del romanzo non è esattamente innovativa, visto che nel '900 gli autori distopici hanno già scritto a profusione del tema dell'invasione della tecnologia e della sottrazione della privacy a favore di una trasparenza apparentemente positiva a livello sociale, ma che spesso nasconde la lunga mano di una dittatura o di un potere forte che vuole il controllo assoluto sulla società. Non è innovativa, dicevo, ma ciò non vuol dire che non sia fortemente attuale e interessante. Ero molto curiosa di leggere questo libro, che occhieggiavo da un po' sugli scaffali della libreria da cui mi servo di solito, e trovarlo in lingua originale in un piccolo negozio sul lago mi è sembrato un segno del destino, per cui l'ho acquistato e letto immediatamente. Ahimé, mi tocca dire che il libro, a mio avviso, si è rivelato un po' "meh". "Meh" è un'espressione presa proprio dal romanzo e piuttosto diffusa nella lingua inglese e sul web per indicare un commento né positivo né negativo, ma abbastanza indifferente. Una cosa del tipo "non mi dice nulla" o "non mi entusiasma". La protagonista della storia esprime più volte la propria opinione tramite le tre opzioni "Smile" (sorriso), "Frown" (broncio) o "meh". Insomma, come le emoticon. E questo libro per me è proprio meh. Non è brutto, non è uno di quei libri da sconsigliare assolutamente, perché qualche spunto interessante c'è e avrebbe delle potenzialità, ma non entusiasma, non va da nessuna parte, non arriva a una conclusione vera e propria. Meh...

Punto forte del romanzo è sicuramente la descrizione ansiogena di un futuro completamente collegato in rete. Per chi negli ultimi anni ha avuto a che fare con la burocrazia telematica, cioè quasi tutti noi, il punto di partenza del romanzo non può che essere familiare e seducente: l'avventura del Cerchio nasce dalla creazione di un giovane programmatore, Ty, che riesce a unificare account e password di ogni sito, social o istituzionale, in un unico profilo certificato. Interessante come l'autore suppone che questo possa arginare il proliferare di troll e bulli da tastiera; io non sono del tutto convinta che servirebbe a qualcosa negare l'anonimato visti certi commenti su Facebook corredati da nome e cognome...
Da quell'invenzione si sviluppa il Cerchio: via via nuove funzionalità vengono aggiunte, sempre più persone si iscrivono al servizio e tutti i dati e le informazioni di tutti gli utenti vengono salvate e classificate all'interno del cloud, parola che abbiamo imparato a conoscere molto bene negli ultimi anni, pronti ad essere ripescati in qualsiasi momento. 
La tematica è attualissima, è inutile far finta di niente. Tutti noi ormai siamo schedati sul cloud, chi più chi meno. Basta avere un cellulare connesso a Facebook e con il GPS acceso... Negli ultimi anni abbiamo visto la diffusione sempre maggiore di pubblicità su misura, basate sui nostri acquisti web, e i cookies che siamo obbligati ad accettare per poter navigare servono proprio a questo: salvare la nostra traccia sulla rete, i nostri interessi, le nostre scelte, e riutilizzarli per anticipare i nostri futuri bisogni. Naturalmente anche vendendo tali informazioni a ditte specializzate... Letto su pagina fa più impressione, anche perché Eggers porta questa realtà all'estremo, ma lo viviamo ogni giorno e, felicemente o meno, ci sguazziamo dentro. Possiamo sottrarci a questa rete globale? Eggers dice di no e io un po' gli credo. Così come i tentativi nel romanzo di nascondersi dal Cerchio hanno un esito assai infelice, non posso non pensare che ormai internet permei la nostra vita così profondamente da rendere la connessione obbligatoria per tutti prima o poi.
Strettamente legato a questo discorso è quello sulla privacy a cui accennavo prima. Ormai di privacy ce ne è rimasta ben poca, per lo più illusoria. Il cloud già sa dove siamo in ogni momento, se il cellulare sta nella nostra tasca o in borsa; sa chi sono i nostri amici, i nostri parenti, le persone che frequentiamo per studio o lavoro, persino chi sono i nostri vicini di casa. Nel cloud ci sono le nostre foto, i nostri contatti, i nostri video e i file, oltre alle email e ai blog come questo. Ho googlato il mio nome e tra le immagini sono uscite le foto di molti miei amici e contatti, ma soprattutto le copertine di libri che ho letto e recensito qui o su Anobii. Per dire...
Chi sa parlare la lingua della rete, vale a dire i programmatori (o gli hacker, che poi fanno la stessa cosa...), ha un potenziale immenso a portata di tastiera. Il Cerchio va oltre, dissemina il mondo di telecamere, in barba a qualsiasi legge sulla tutela della privacy (appunto) e dei minori. In nome della trasparenza si chiede ai politici prima e alla gente qualsiasi poi di rinunciare a nascondere qualsiasi dettaglio della propria vita, arrivando a indossare su di sé tale telecamera, affinché chiunque possa controllarne l'operato in qualsiasi momento. 
Sarebbe questa un'idea tanto rivoluzionaria? Quanti inneggiano alle telecamere nelle scuole, in ogni classe, per poter controllare i professori? (E non ditemi che vogliono vedere i propri figli, perché l'unica cosa che conta è trovare un appiglio per poter denunciare la maestra di turno; dell'utilizzo inverso, cioè per determinare sanzioni ai danni degli studenti, non se n'è mai discusso.) E le riunioni, siano esse comunali o parlamentari, non sono oggi quasi sempre trasmesse in streaming? La nostra vita non è gia in chiaro per la maggior parte del tempo? Eggers ancora una volta non fa altro che accentuare un po' i toni, portare la situazione un po' più al limite, e la sensazione si fa subito angosciante.

La cosa più destabilizzante di questo tema è forse proprio la nostra ambivalenza di utenti: l'idea di perdere la nostra privacy, di essere schedati e scrutati ci mette in ansia, ma d'altra parte ci piace avere un computer che sa tutto di noi, che ci suggerisce le pagine da visitare, si ricorda le password per noi e salva in automatico tutti i nostri dati, visto che fare il backup è un'incombenza mostruosamente gravosa. Ci piace che GoogleMaps sappia esattamente dove siamo e ci faccia vedere passo passo dove andare, ci piace spulciare i profili dei nostri conoscenti per fare del pettegolezzo spiccio e pubblicare commenti ambigui perché le persone ci chiedano spiegazioni, ci piace ricevere like e condivisioni che nutrono il nostro ego; tuttavia quando Facebook ci suggerisce come amico quello che abita al quarto piano a cui non rivolgiamo nemmeno la parola un po' ci infastidisce, così come quando una pubblicità ci ricorda di aver acquistato una panciera contenitiva o un set di frustini. Insomma, non è il web ad essere di per sé buono o cattivo: il web è una macchina e come tale è indifferente alla nostra vita. Siamo noi utenti stessi ad avere un rapporto di amore-odio con queste nuove tecnologie e a cercarle anche mentre le rifuggiamo. 
Questo romanzo ci fa riflettere anche su questo, su quanto noi siamo disposti a sacrificare della nostra vita privata, a quanto la comunità del web toglie spazio ai nostri hobby e alle persone attorno a noi in carne ed ossa. Che si riesca però a raggiungere una conclusione è ancora una volta un risultato impossibile.

Infatti sconclusionato è anche il romanzo. Nel vero senso della parola: una conclusione vera e propria non c'è. Sì, si intuisce in che direzione continuerà ad andare, ma è nebuloso su ciò che davvero voglia arrivare ad ottenere il Cerchio, all'atto pratico. O perlomeno banale.
A questo si aggiunge una carrellata di personaggi bislacchi e incoerenti, spesso macchiette quasi caricaturali. Mae, la protagonista, all'inizio del libro sembra una ragazza piuttosto sconnessa, cioè molto dedita alla propria vita privata e poco ai social. Per questo motivo rischia quasi di perdere il lavoro. Invece dopo 5 pagine diventa la reginetta del web, con una competitività esasperata nel voler acquistare visibilità. Proclama la trasparenza, l'importanza del non avere segreti, e un minuto dopo silenzia la propria telecamera per parlare di nascosto con la sua amichetta. Mae agisce in modo totalmente incoerente e incomprensibile per tre quarti del libro e ci delude ogni volta. Una protagonista con cui non mi sono riuscita ad immedesimare nemmeno per 10 minuti. Non che gli altri siano meglio. Kalden, il suo misterioso amante, Annie, l'affascinante manager dalla parlantina sboccata, Bailey e Stenton, i due veri leader del Cerchio, Mercer, l'ex che piace tanto ai suoi genitori, o Francis, il suo improbabile fidanzato con problemi di eiaculazione precoce: tutti i personaggi principali non stanno in piedi, non hanno una psicologia chiara e definita, e si fatica a capire quali siano le loro aspirazioni, a cosa ambiscano davvero, cosa li spinga ad agire come fanno. 
Un esempio lampante è proprio il rapporto tra Mae e Kalden: lui l'avvicina senza una ragione precisa, lei è una ragazza qualsiasi tra migliaia, eppure lui la sceglie, in qualche modo, per essere la sua alleata. Le mostra cose segretissime e le racconta dettagli oscuri senza nemmeno assicurarsi della sua opinione in merito, senza prima creare un legame di fiducia con lei. Lui è palesemente una sorta di intelligence, di spia o di pezzo grosso in incognito...che senso avrebbe mettere a rischio tutto questo fidandosi di una ragazzetta banderuola a cui si è rivolta la parola 3 volte? Nessuno, appunto...
Mi permetto anche di commentare sulla poca capacità dell'autore di immedesimarsi in una ragazza di vent'anni, quale è Mae: questo romanzo è scritto da un uomo e si vede, perché le donne non impostano in quel modo le proprie relazioni, soprattutto sessuali...

Forse ciò che mi ha lasciato più "meh" di questo romanzo è non riuscire a capire da che parte si schieri l'autore, quale sia la sua finalità. Cosa mi vuole dire Dave Eggers? Non lo so, o meglio, credo di aver capito che volesse criticare l'iper-connessione della nostra generazione ma senza dare delle reali alternative o mostrare una controtendenza positiva. Rimango così, a chiedermi se almeno lui avesse le idee chiare in merito...

Un ultimo appunto: sconsiglio questo romanzo a chi è di stomaco un po' debole e agli animalisti. Non accade nulla per tutto il libro di degno di nota, ma verso la fine il nostro Eggers inserisce una lunga scena piuttosto descrittiva che vuol essere una metafora del Cerchio e che vede come protagonisti alcuni animali marini. Ecco, questa scena sì, che è disturbante. Mi ha lasciato un senso di angoscia, oserei dire di nausea, maggiore che non tutto il resto della faccenda. Anche in questo momento, ripensandoci, mi fa sentire male e lo stile narrativo scelto dall'autore, così dettagliato e quasi gongolante, mi ha disgustato. Quindi amici che si deprimono a vedere un cane sotto la pioggia, evitate di farvi del male.

In conclusione, romanzo con alcune potenzialità non del tutto sfruttate e uno stile narrativo che lascia un po' a desiderare. Metà delle pagine si potrebbero tranquillamente tagliare, dettagli su dettagli inutili si accumulano senza sfociare in un quadro d'insieme coerente. Si legge in fretta, c'è molta suspense, ma lascia molto di non risolto, in sospeso. Un libro di cui si intuisce il finale ben prima della fine e che proprio per questo verrebbe voglia di metterlo giù e abbandonarlo. Non brutto brutto, non illeggibile, ma non bello. Meh.